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LICENZIAMENTO VIA SMS, E-MAIL O WHATSAPP

Quando può ritenersi legittimo e quando, invece, inefficace?

di avv. Simona Ferrero

In una società sempre più ricca di tecnologie, ogni aspetto della vita quotidiana è destinato a inevitabili cambiamenti.
Tra i contesti più significativamente toccati dalla modernità non si può non menzionare il mondo del lavoro e, in particolare, la gestione dei rapporti con i dipendenti. Qui di seguito ci occuperemo di una prassi aziendale sempre più diffusa, ossia l’utilizzo delle moderne tecnologie – WhatsApp, e-mail, sms – per irrogare il licenziamento al dipendente, e di come la giurisprudenza si sia pronunciata in merito alla legittimità ovvero inefficacia di tali comunicazioni.
Al fine di comprendere chiaramente l’argomento, occorre in primo luogo richiamare brevemente le fonti che disciplinano le modalità di licenziamento. In particolare, l’art. 2, comma 1, della L. 604/1966, prevede che il datore di lavoro debba comunicare il licenziamento per iscritto, a pena di inefficacia dello stesso.

Tale prescrizione è imposta ad substantiam, e rappresenta “elemento certo e costituivo della volontà di recesso”, che, pertanto, deve essere manifestata chiaramente così da evitare dubbi circa le intenzioni rescissorie del datore di lavoro. Non solo: la comunicazione deve altresì essere sottoscritta o, comunque, sebbene non firmata, deve contenere indicazioni tali da eliminare qualsivoglia dubbio circa la sua provenienza.
Al di là della forma scritta, il legislatore non ha però specificato alcunché circa le modalità di comunicazione del licenziamento. Nel silenzio legislativo, è stata dunque la giurisprudenza ad affrontare la questione: partendo dal presupposto che il licenziamento è un atto recettizio, ossia che produce i propri effetti solamente una volta venuto a conoscenza del destinatario, la Corte di Cassazione ha affermato che si debbano considerare valide tutte quelle modalità che comportano la trasmissione del documento scritto nella sua materialità e che diano, pertanto, certezza del fatto che esso sia venuto a conoscenza del lavoratore, nonché del momento di tale conoscenza.

Saranno, dunque, certamente legittimi i licenziamenti intimati mediante la consegna del documento a mani del lavoratore, o a mezzo di incaricati, o ancora mediante raccomandata.
Possono pertanto ritenersi legittimi anche i licenziamenti irrogati tramite e-mail, sms o WhatsApp?

La prima ipotesi è stata oggetto di pronuncia da parte della Corte di Cassazione nel 2017. Con la sentenza n. 29753, ribadendo i principi sopra richiamati, la Suprema Corte ha ritenuto decisiva ai fini della validità del licenziamento la circostanza (soddisfatta nel caso di specie) che l’e-mail fosse effettivamente venuta a conoscenza del lavoratore: ciò può derivare, per esempio, dalla risposta alla mail da parte del soggetto licenziato, oppure dal comportamento di quest’ultimo che abbia comunicato tramite una serie di e-mail ai propri colleghi l’interruzione del proprio rapporto di lavoro.

Quanto al licenziamento intimato via WhatsApp, si richiama l’Ordinanza del 27 giugno 2017 del Tribunale di Catania, il quale ha ritenuto soddisfatto il requisito della forma scritta nel caso di specie. In particolare, come si legge all’interno dell’Ordinanza, “il recesso intimato a mezzo WhatsApp appare infatti assolvere l’onere della forma scritta, trattandosi di documento informatico che parte ricorrente ha con certezza imputato al datore di lavoro, tanto da provvedere a formulare tempestiva impugnazione stragiudiziale. […] La modalità utilizzata dal datore di lavoro, nel caso di specie, appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca, come del resto dimostra la reazione da subito manifestata dalla predetta parte”.

Decisivo è stato, pertanto, il comportamento successivo alla comunicazione adottato dal lavoratore, il quale impugnando stragiudizialmente il licenziamento ha di fatto dato prova della sua avvenuta ricezione.

Considerazioni analoghe a quelle sin qui svolte possono effettuarsi anche con riferimento all’ipotesi di licenziamento comunicato a mezzo SMS. La questione è stata affrontata dalla Corte di Appello di Firenze (Sentenza n. 629 del 5 luglio 2016) che, riformando la decisione sul punto del giudice di primo grado, ha ritenuto che la comunicazione di licenziamento inviata tramite SMS (“purtroppo ci sarà un cambio societario che non mi consente più di avvalermi della tua preziosa collaborazione. Ti ringrazio per il momento e ti auguro il meglio per la tua vita”) integrasse i requisiti di validità prescritti dalla legge. Anche in questa circostanza il lavoratore aveva, infatti, perfettamente recepito la provenienza della comunicazione e il relativo contenuto, tant’è che aveva proceduto alla tempestiva impugnazione stragiudiziale.

Per concludere, richiamando le parole della Corte di Appello di Firenze “il problema del licenziamento intimato a mezzo SMS [ma lo stesso dicasi per il licenziamento intimato a mezzo e-mail o WhatsApp] non è tanto quello, in astratto, dell’esistenza della forma, bensì quello relativo alla questione concreta di avere certezza circa la provenienza dal mittente”.

In tutti i casi affrontati, i lavoratori avevano tenuto comportamenti tali da far presumere la corretta ricezione della comunicazione: al contrario, il problema potrebbe sorgere allorquando i dipendenti licenziati contestassero di aver ricevuto il provvedimento. In assenza della ricevuta di consegna della comunicazione di licenziamento (presente, per esempio, nella raccomandata), il recepimento della stessa potrà essere dimostrato o in virtù di un comportamento tenuto dal lavoratore stesso che faccia intendere la ricezione (es. l’impugnazione del provvedimento, o il messaggio in risposta, ecc.), o per mezzo di una prova che attesti che l’uso degli SMS (o dei messaggi WhatsApp, o delle e-mail) su un’utenza telefonica (o indirizzo informatico) a disposizione del dipendente fosse convenzionalmente e usualmente utilizzato nelle comunicazioni tra datore di lavoro e il dipendente stesso; all’infuori di queste ipotesi, il licenziamento comunicato a mezzo e-mail, WhatsApp o SMS non si può, infatti, dire conosciuto o conoscibile dal lavoratore e, in quanto atto recettizio che si perfeziona solamente nel momento in cui sia venuto a conoscenza del destinatario, è da ritenersi inefficace (Tribunale S. Maria Capua Vetere, 25 settembre 2018).


avv. Simona Ferrero
Laureata a pieni voti in giurisprudenza con tesi in diritto fallimentare, si abilita alla professione di avvocato. Esperta in diritto del lavoro e della previdenza sociale, è titolare e fondatore dello studio “Officina Legale” specializzato anche in diritto agrario.

Fornisce la sua esperienza per rispondere puntualmente alle esigenze dei Lettori.


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GUARDIE GIURATE, LA SICUREZZA E’ SOLO PER IL CLIENTE

IL PARADOSSO DI UN SETTORE

di Vincenzo Lauricella

Da qualche decennio la richiesta di un protocollo di sicurezza condiviso che stabilisca precisi requisiti tecnico operativi e procedure ben delineate per i servizi di vigilanza è a gran voce richiesto da tutto il personale del comparto.

Il settore, come più volte evidenziato, rimane impantanato nei meandri di una normativa inadeguata. È passato quasi un secolo dal debutto della figura professionale della guardia giurata e tante sono state le trasformazioni avvenute nel campo della vigilanza, ma sembra rimanere irrisolto il non trascurabile problema della sicurezza.

Il paradosso di un comparto chiamato a garantirla essendone, in primis, privato. Le guardie, infatti, hanno affrontato un’evoluzione della loro professione e di conseguenza dei compiti loro assegnati. Una trasformazione che non ha intrapreso un percorso lineare e che non ha comportato una crescente tutela dell’addetto.

Da troppi anni il problema della sicurezza degli operatori della vigilanza privata riempie le pagine dei giornali. Molteplici sono state le aggressioni – più o meno gravi – che hanno coinvolto le migliaia di Lavoratori. Dai semplici alterchi con l’utenza ai reati ben più gravi, emerge sempre di più l’esigenza di proteggere gli addetti del comparto.

A supportare questa evidenza richiamo l’episodio che sto per raccontare. Franco, guardia giurata di un istituto campano, da anni svolge mansioni di supporto alle operazioni di verifica dei controllori del servizio di trasporto operato da Bus Italia nella provincia di Salerno. Il suo compito è quello di vigilare affinché tutte le operazioni di controllo e di incasso dei pagamenti dei ticket di viaggio avvengano in completa sicurezza sia per i dipendenti del vettore sia per i passeggeri a bordo. È di poco tempo fa la notizia che vede Franco vittima di un’aggressione da parte di un utente.

Durante il consueto giro di verifica dei titoli di viaggio ad opera dei controllori, si è trovato ad intervenire a seguito di un parapiglia innescato da un passeggero che rifiutandosi di mostrare il titolo di viaggio (di cui ne era probabilmente sprovvisto) passava alle vie di fatto aggredendo con spintoni e calci i malcapitati verificatori. Franco, a quel punto, senza esitare, è prontamente intervenuto per tentare di mettere fine all’aggressione e soccorrere i due controllori alle prese con il violento passeggero. Grazie al suo intervento e a quello dei carabinieri, da lui avvertiti, si è potuto ristabilire l’ordine. Una giornata che Franco ricorderà poiché, invece di concludersi con l’abituale ritorno a casa dopo il lavoro, si è prolungata nelle corsie dell’ospedale locale dove è stata sciolta dai medici una prognosi di venticinque giorni per la frattura del gomito causata da uno dei calci sferrati dal combattivo utente.

Sono centinaia le testimonianze come questa che fanno inesorabilmente emergere la necessità di garantire maggiore sicurezza per questi uomini e donne che giornalmente si trovano ad operare in ambienti rischiosi. Tengo ad evidenziare che dai loro racconti ciò che si riscontra non è il rifiuto di svolgere tipologie di servizio affini a quelle descritte, ma solo la richiesta di maggiori tutele.
Gli operatori della vigilanza, infatti, non sono soliti tirarsi indietro davanti al dovere e hanno, anzi, sempre preteso di essere parte attiva del complesso sistema della sicurezza. I vigilanti, oggi, a differenza di tutte le altre figure impegnate nei compiti della sicurezza, del controllo del territorio e nella repressione dei crimini continuano a svolgere il proprio servizio sprovvisti di qualsivoglia strumento di difesa (se si esclude l’arma in dotazione) e, soprattutto, con metodi operativi inesistenti o inadeguati. È innegabile che la guardia giurata, prima impegnata unicamente in servizi di tutela del patrimonio, adesso ricopra compiti che sempre più sono riconducibili a quelli di ausilio alla forza pubblica.

Ben lontani sono, però, i progressi normativi e procedurali che consentono agli addetti di lavorare in completa sicurezza. Una sicurezza sempre garantita alla clientela e all’utenza, ma dagli stessi addetti desiderata.
Le guardie da garanti della sicurezza diventano soggetti passivi bisognosi di maggiori garanzie.

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RIPOSI, UN DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO

Diritti inviolabili, ma non per tuti

di Vincenzo Lauricella

Ci risiamo. Ancora una volta gli uomini della vigilanza si ritrovano ad essere il fanalino di coda nella corsa ai diritti. Sì, perché anche quei diritti fondamentali, quelli irrinunciabili, quelli che la nostra carta costituzionale tutela e garantisce, non sono alla portata di tutti.

Sicuramente, non lo sono per il personale addetto ai servizi di vigilanza privata.
Vi ho già raccontato nelle precedenti occasioni che gli operatori hanno stipendi da fame, che la loro paga in alcuni casi è incostituzionale, che la figura professionale non è adeguatamente normata e che le leggi che regolano il comparto sono vetuste e quasi centenarie, ma non vi avevo ancora detto che alcuni diritti inviolabili, come il riposo giornaliero o settimanale, sono a loro preclusi o, quantomeno, limitati.

Insomma, questo settore non finirà mai di stupirci. E sapete cosa continuerà a sorprenderci? L’assoluta inadeguatezza di chi è chiamato a contrattare le garanzie delle migliaia di Lavoratori del settore e quella di chi è chiamato a vigilare.

Adesso, però, basta polemiche ed entriamo nel vivo dell’ennesima “vergogna” che investe la vigilanza privata. Parliamo del riposo e dell’inviolabilità di questo diritto (per il resto dei lavoratori). Inizio con richiamare la nostra amata Costituzione. Infatti, i nostri padri costituenti avevano già intuito l’importanza del riposo per il lavoratore al punto da sancire garanzie irrinunciabili già nella fonte di tutte le norme. La nostra Carta, pertanto, dispone che “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Il riposo settimanale è sacrosanto e la sua osservanza deve essere garantita per legge. Peccato che, come spesso accade, a rovinare tutto ci hanno pensato i nostri rappresentanti politici che hanno deciso di applicare alcune deroghe alla normativa sull’orario di lavoro (D.lgs. 66/2003). E in fatto di deroghe il comparto della vigilanza privata non è mai stato secondo a nessuno. Questo perché se c’è da derogare si è sempre in prima linea e se c’è da premiare si è sempre “non pervenuti”. Un gioco che ormai da decenni condanna il settore e lo rilega tra i comparti meno tutelati del panorama italiano.

Tornando alla deroga di cui vi parlavo prima, il legislatore (che, di certo, di vigilanza privata ben poco ne mastica) ha inserito il nostro amato settore tra le categorie escluse dall’applicazione della disciplina – che impone chiari limiti agli orari di lavoro e detta precise indicazioni sui riposi. L’art. 3 rubricato “campo di applicazione” toglie ogni spiraglio di tutela disponendo che “Le disposizioni del presente decreto non si applicano […], altresì, […] agli addetti ai servizi di vigilanza privata”. Cosa significa? Semplice, che tutto il complesso normativo di tutele e indicazioni circa i limiti allo straordinario, le tutele in materia di pause durante i turni di lavoro, i limiti all’orario di lavoro notturno e le prescrizioni circa il riposo giornaliero e settimanale sono state demandate alla contrattazione collettiva. Avete capito bene. Elementi essenziali che afferiscono alla tutela dei diritti fondamentali e strettamente connessi alla salute dei Lavoratori sono stati rimessi al contratto collettivo nazionale scritto dalle Parti. Cioè dalle parti datoriali che, di certo, non sono state lì ad arrovellarsi per costruire un impianto di tutele necessarie a colmare le lacune scaturite dalla deroga alla normativa europea e nazionale e dai Sindacati, quelli che hanno partecipato al confronto, ma che sicuramente erano troppo impegnati a smantellare le poche tutele che ancora precariamente rimanevano in piedi come reminiscenze del vecchio contratto.

Per non annoiarvi con queste valutazioni, strettamente personali, ma supportate da incontrovertibili evidenze, voglio entrare ancora più nel dettaglio. Perché i Lettori e i Lavoratori hanno il diritto d’informazione – almeno questo, per il momento, è salvo e non prevede deroghe né è stato lasciato alla contrattazione di settore.


Tornando all’argomento principe, è utile prima spiegare cosa è il riposo e poi raccontarvi cosa hanno combinato quei “birbantelli” che per comodità chiameremo con l’abusato e immeritato termine di “Parti Sociali”, anche se da tempo mi domando a quale socialità si riferisca il titolo.

Iniziamo con il “riposo giornaliero”: È quel lasso di tempo minimo che deve intercorrere tra la fine di un turno di lavoro e l’inizio del successivo. Il riposo minimo garantito per legge è di n.11 ore. E già qui inizia la prima, ulteriore, deroga. Perché sappiate che una regola ha sempre un’eccezione e nella vigilanza anche più di una. La prima è proprio a questo “minimo” garantito. Infatti, la contrattazione collettiva (art. 72) prevede che “Al fine di non esporre i beni pubblici e privati oggetto di vigilanza a gravi rischi […] al lavoratore potranno essere assegnati per un numero di volte non superiore a 12 nel corso dell’anno solare, riposi giornalieri di durata non inferiore a 9 ore”. Avete capito bene? Il riposo potrà essere compresso fino a 9 ore. Tranquilli, non potrà essere ridotto per più di 3 volte al mese e non più di 12 volte all’anno. Allora, aggiungerei, “siamo in una botte di ferro”.
Non siate così contrariati, perché non è finita qui.

Infatti, le nostre amate “Parti Sociali” di cui vi parlavo prima, non del tutto soddisfatte di aver già minato il sistema di tutele, hanno deciso di riunirsi ad un tavolo e azzardare di più. Volevano puntare più in alto, oserei dire al cuore di questa tutela o forse al cuore delle guardie. Allora, con i loro completi ben stirati e con le loro numerose ore di sonno alle spalle – di certo non hanno mai indossato una divisa né hanno provato il brivido di dormire solo quattro ore tra un turno e l’altro – riunendosi ancora una volta nella stanza dei bottoni hanno partorito un accordo meraviglioso: un’ulteriore deroga alla normativa in deroga. Un vero e proprio capolavoro!

Quindi, i rappresentanti delle Associazioni Datoriali e le segreterie di FILCAMS CGIL e FISASCAT CISL hanno deciso che le 12 volte già previste in un anno erano troppo limitative della libertà di disporre del sonno e della salute delle guardie e hanno determinato di concedere agli istituti di vigilanza fino a 48 occasioni all’anno per comprimere il riposo fino a 9 ore. Un tripudio di tutele e garanzie per i Lavoratori rappresentati.
Quindi, ricapitoliamo, perché la matematica non è un’opinione. Le settimane che compongono un anno solare sono 52. A queste togliamo almeno le 2 settimane di ferie garantite dalla legge (speriamo ancora per molto), residuano n. 50 settimane.

Allora, significa che le “Parti Sociali” hanno previsto che se un lavoratore si limitasse a fruire in un anno delle sole ferie minime garantite (tralasciando i 20 giorni di permesso ed eventuali assenze per congedi, maternità, possibili malattie) potrà vedersi comprimere il riposo giornaliero per quasi 1 giorno a settimana per l’intero anno. Per fortuna, questa deroga alla deroga ha registrato solo un breve passaggio e poi ha terminato la sua corsa (15 maggio 2014 – 31.12.2015). Come vi ho anticipato all’inizio di questo articolo, stiamo pur sempre parlando di un settore che osserva i diritti sempre da lontano.
Dopo aver discorso del riposo giornaliero e dei tentativi da parte dei nostri rappresentanti di minare le poche garanzie residue, è giunto il momento di passare al riposo settimanale. Tutela parimenti indebolita dalla contrattazione collettiva che in quanto a disintegrazione dei diritti dei lavoratori non sbaglia un colpo.
Il riposo settimanale è quel lasso di tempo che deve intercorrere tra la fine dell’ultimo turno della vostra settimana lavorativa e l’inizio del primo turno della nuova. La normativa prevede che questo periodo non possa essere inferiore a n.35 ore (11 ore di riposo giornaliero da sommare a 24 di riposo settimanale).

35 lunghe ore che permetteranno al Lavoratore di recuperare le energie psico-fisiche impiegate nel corso della settimana e che dovranno essere rigenerate per affrontare la nuova. Tutto bene fin quando, anche in questa occasione, le “Parti Sociali” non ci hanno messo lo zampino. Vediamo insieme quale altro trucco hanno tirato fuori dal cilindro.

L’art.73 del nostro contratto, infatti, ha ancora previsto che “In relazione all’esigenza di non esporre comunque i beni pubblici e privati oggetto di vigilanza a gravi rischi, si conviene che il personale può essere chiamato per esigenze di servizio a prestare la propria opera nei giorni di riposo settimanale e che, il periodo di riposo di 24 ore consecutive da cumulare con il rispose giornaliero di 11 ore, possa essere ridotto”.
Che cosa significa? Come sempre corro in vostro aiuto. Significa che il riposo previsto è di n.35 ore complessive, ma che potrà essere ridotto. Esatto, avete inteso bene ancora una volta: potrà essere ridotto, ma i nostri cari rappresentanti non hanno pensato di completare la norma prevedendo un limite alla possibile di compressione.

Allora, la domanda sorge spontanea: di quanto può essere ridotto? Fino a che punto? No, non scervellatevi. Ho pensato io a porre la domanda ad un funzionario di una delle sigle firmatarie di questa porcheria di contratto e non mi ha dato alcuna risposta.

Concludo dicendovi che anche la magistratura giudicante ha incontrato non poche difficoltà ad interpretare un contratto scritto male e applicato peggio che lascia enormi spazi all’interpretazione e alla manipolazione delle disposizioni. Tanto è vero che è stato necessario ricorrere in Cassazione al fine di chiedere un’interpretazione ultima della norma sul riposo giornaliero e sul riposo settimanale.

Serve mettere un punto fermo in questa palude normativa nelle quale migliaia di guardie si trovano ad operare e finiscono per rimanere al guado. Signori, vi lascio con una riflessione che so essere di tanti: questi buchi normativi, questa poca chiarezza, questo non voler prendere mai posizioni nette, questo non definire limiti è frutto di una scarsa preparazione di chi vi rappresenta o forse c’è dell’altro? Per il momento, una sola cosa è lampante: i diritti non sono per tutti.

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La Recensione: BASTONE TELESCOPICO

TACTIC 580 by Defence System

di Luca Radiosi

TACTIC 580

La questione dei bastoni estensibili ha da sempre rappresentato una problematica delicata. Sebbene molto utili per la difesa personale, questi strumenti risultano essere catalogati come “armi” e, quindi, non omologati per il libero porto o utilizzo per la difesa personale.

Tutti tranne il Tactic 580, il primo bastone estensibile omologato dal Banco di Prova di Brescia, con protocollo n°195-2016/BAL-AG/VP D.Lgs. Nr 121/2013.
Quest’ultimo non è ritenuto un’arma e, pertanto, è oggetto di libera vendita e libero porto.

Ci tengo a precisare che l’utilizzo dello stesso, se non utilizzato al fine della difesa personale, può violare, comunque, una serie di norme. Il Tactic 580 è stato progettato e prodotto da un’azienda italiana e viene distribuito in esclusiva dalla Defence System S.r.l. di Modena.

Ho testato per voi questo articolo ed ora ve lo presento.
L’articolo è contento in una confezione cilindrica trasparente al cui interno troviamo altresì due documenti (FIG. 1-2-3)

Il primo, costituisce un attestato di legittimazione al porto da presentare alle Forze dell’Ordine in caso di verifica. Questo è necessario per poterlo distinguere dagli altri articoli similari vietati. Viene così definito come “strumento multifunzionale di sicurezza in quanto distanziatore da possibili minacce o offese fisiche“.

Il secondo foglio, invece, racchiude la scheda tecnica completa, compresa di “Caratteristiche ecniche’’ e indicazioni di ‘’Utilizzo’’, “Test banco nazionale di prova” e “Garanzie di sicurezza”.

Passiamo adesso ad un esame più specifico del prodotto. Esaminiamo insieme le caratteristiche tecniche. I materiali impiegati nella costruzione del Tactic 580 sono il nylon e la fibra di vetro, che conferiscono al prodotto leggerezza e robustezza. Il suo peso dichiarato è di 226 grammi, circa 250 grammi in meno di un telescopico non legale costruito in acciaio. È composto da tre segmenti i cui diametri vanno dai 10.6 mm fino a 18 mm. La lunghezza del bastone esteso misura 580 mm contro i 280 mm da chiuso (FIG.4).

Al fondo del manico è presente un tappo removibile, la cui filettatura è compatibile con accessori molto utili, come la torcia tattica, oppure un tool utile per il soccorso stradale, munito di frangi vetro e un taglia cinture, che non abbiamo attualmente in prova, ma che sono presenti nello store del rivenditore. Vi segnalo che non è compatibile con accessori di altre marche, in quanto munito di filettatura esterna e non interna. È prodotto in due colori: nero e bianco, così da potersi adattare alle buffetterie di tutti i corpi di Polizia e Istituti di Vigilanza.

Al tatto la parte impugnabile risulta essere “plasticosa”, ma mai scivolosa grazie alla presenza di crescenze cilindriche antiscivolo efficaci anche con l’utilizzo di guanti in pelle o tattici. Avrei preferito l’antiscivolo più tattile di tipo gommato in quanto nel test che ho effettuato colpendo un sacco da boxe nelle serie ripetute e a mano nuda risultava essere un po’ fastidioso, specie verso il tappo sul fondo assai spigoloso.

test flessibilità/resistenza

La punta risulta essere a flessibilità controllata che, grazie all’assorbimento d’urto è in grado di trasferire l’energia in modo sicuro, senza causare danni a una struttura ossea (FIG.5).

Sebbene non lo abbia risparmiato in fatto di colpi al sacco non ha riportato alcun danneggiamento. Evidenzio che testando in passato prodotti non legali, costruiti in acciaio e di fascia non economica, gli stesi hanno riportato dei danneggiamenti come il piegamento tra il secondo e il terzo stelo.

Per quanto riguarda l’integrazione con le comuni uniformi di lavoro, il Tactic 580 risulta essere quasi totalmente compatibile non numerosi “foderi” tattici o in cordura (FIG.6). Quello ricevuto per il test (Euro Security Products) è risultato essere ottimale per il porto e adattabile a molti cinturoni poiché regolabile. Risulta, inoltre, di tipo rotativo (360°) conferendogli un’ottima portabilità anche nel caso dell’applicazione di una luce a led. Il cinturino con bottone a pressione garantisce una rapida estrazione e ne conferisce sicurezza anche nelle attività fisiche più intense.

Alloggiato in un modello Vega Holster a ‘’ritenzione automatica’’ e, quindi, privo di laccetto di sicurezza risulta avere poco attrito con la custodia con il rischio di possibile smarrimento.

Consiglio quindi di provare il prodotto presso un rivenditore per valutarne la compatibilità con l’attrezzatura in vostro possesso. Mi sono trovato molto bene, anche con il classico fodero in cordura più sobrio e meno visibile, che garantisce comunque un’ottima presa in caso di utilizzo.

Concludiamo il nostro test con le ultime valutazioni in ordine al rapporto qualità/prezzo.

Il costo varia dai 50 ai 70 euro circa, in base al rivenditore. Potrebbe risultare costoso a primo impatto, ma bisogna valutare il costo in relazione alla circostanza che, ad oggi, risulta essere l’unico prodotto di libera vendita e porto così come dichiarato dalla stessa Defence System.

In conclusione, il bastone estensibile può rivelarsi uno strumento utile per tutti gli operatori della sicurezza. Sebbene ritengo sia, comunque, necessario frequentare un corso di formazione specifico per un corretto utilizzo.

Utilizzate con attenzione i vostri strumenti non confondendo la circostanza che il porto sia legale con il fatto di poterlo utilizzare arbitrariamente. Varranno sempre le regole del codice penale in materia di legittima difesa ed il principio di proporzionalità tra offesa e difesa.

Alla prossima recensione.

Vi segnaliamo, in particolare, che il porto del bastone telescopico per il personale adibito ai servizi di vigilanza privata è soggetto ai regolamenti emanati dalla Questura e dalla Prefettura competente per territorio.

Di norma, salvo diversa previsione, NON è consentito il porto di strumenti ed oggetti diversi da quelli previsti e autorizzati dall’Istituto di Vigilanza.

La divisa, la relativa buffetteria e l’utilizzo di altri strumenti sono soggetti ad espressa autorizzazione da parte degli Organi competenti.

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LA VESTIZIONE: Aspetti psicologici

di Luca Radiosi

Vi siete mai chiesti quanto sia importante l’aspetto psicologico della preparazione al lavoro? Vediamone insieme qualcuno. Partiamo dal presupposto che ogni supereroe necessita di un “costume” che possa dividere la sua vita privata dal momento in cui è chiamato a dover proteggere il prossimo.

Ogni componente ha la sua importanza, che sia lo scudo per Capitan America, il mantello per Superman o una semplice maschera per Flash. Così come loro, anche noi durante la preparazione dobbiamo essere sicuri di avere ogni componente del nostro “costume”: dalla torcia, allo spray antiaggressione, ai guanti, all’arma e a tutti gli altri elementi pensando che, come nelle migliori squadre, nessuno andrà lasciato indietro.

Mentre chiamiamo a raccolta tutto il necessario, inizia anche la nostra importante ed essenziale preparazione psicologica durante la vestizione. Dobbiamo iniziare a prendere coscienza del fatto che una volta usciti dalla nostra abitazione, la nostra divisa ci porterà ad essere per tutti una figura professionale percepita come punto di riferimento in qualsiasi situazione. In ognuno di questi possibili contesti dovremo agire secondo le nostre competenze, evitando di intervenire in situazioni che siano oltre le nostre capacità e i nostri ambiti di competenza. Prendiamo come esempio un sinistro stradale che vede coinvolti dei feriti. In questo caso mi appresterò in primis a chiamare i soccorsi e successivamente, sé e solo sé le mie competenze lo permettono, inizierò a prestare soccorso alle vittime o a gestire la viabilità sulla strada mettendo in sicurezza l’area e agevolando l’arrivo dei soccorsi. Deve maturare in noi la consapevolezza di dover controllare l’istinto di sopravvivenza per lasciare spazio alla razionalità che dovrà prevalere nelle situazioni di pericolo. Infatti, il primo pensiero di chiunque si ritrovi coinvolto in un evento critico, è quello di fuggire e di allontanarsi dalla zona di rischio. Mentre noi, con la nostra professionalità, come i salmoni che risalgono il fiume contro corrente dovremo contrastare detto istinto andando alla ricerca della fonte del pericolo per neutralizzarlo.

Passiamo ad un altro curioso aspetto. Uno studio statistico effettuato negli Stati Uniti ha rilevato che ¼ delle forze dell’ordine, chiamate ad intervenire in situazione di forte stress, ha avuto reazioni fisiologiche incontrollate. Questi aspetti, di cui si parla ben poco, rivestono, invece, una grande importanza e meritano un approfondimento. Certo, non fanno macho, ma così è. Sono reazioni normali del nostro corpo sottoposto a forte tensione. Per questo motivo, gli addestratori delle squadre speciali consigliano sempre di fare un salto ai servizi prima di iniziare il proprio turno di lavoro, soprattutto per il fatto che, dopo lo choc e l’inconveniente dei pantaloni bagnati, come non sarà possibile sospendere un eventuale conflitto a fuoco o un inseguimento.

Adesso, torniamo a noi e al nostro mestiere di vigilante. È giunta l’ora di attivare tutti i sensi e mantenere alto il livello di attenzione: prima, durante e soprattutto dopo ogni momento di pericolo. Perché, badate bene, per citare il grande Napoleone Bonaparte: “Il momento di più grande vulnerabilità è l’istante dopo la vittoria”. È nel momento in cui abbassiamo la guardia e pensiamo di aver vinto lo scontro che siamo completamente a nudo.

Esaminiamo la fase in cui, una volta pronti, inizieremo il nostro servizio. In quell’istante si attiverà quello che in gergo è chiamato “effetto bilancia” fisico e verbale. Saremo chiamati a controllare la nostra irruenza in caso di scontro fisico e a misurare il nostro linguaggio in caso di conflitto verbale. Non avremo il tempo di pensare, dovremo reagire d’istinto e avremo a disposizione una frazione di secondo per compiere la nostra scelta. Al contempo, indipendentemente da quale sia il luogo che siamo chiamati a vigilare, dovremo sempre assicurarci di conoscere tutti gli aspetti più importanti: la posizione delle uscite di sicurezza, la posizione degli estintori nell’area a noi assegnata, quella degli interruttori di emergenza, del luogo di custodia del defibrillatore se presente e così via. In caso di necessità, ricordatevi che il tempo a nostra disposizione per reperire tutte queste informazioni sarà limitato. Pertanto, dovremo essere capaci di prepararci preventivamente per essere pronti in caso di emergenza.

Un efficiente addetto alla sicurezza, per distinguersi dalle persone comuni, dovrà essere capace di passare rapidamente in rassegna tutti questi aspetti e adattarli a tutti gli scenari possibili che potrebbero presentarsi. Potremmo essere chiamati ad intervenire e prestare soccorso in caso di incidenti sul lavoro, potremmo ritrovarci a prestare servizio in un luogo in cui è stato commesso un delitto, una rapina o un furto. L’operatore dovrà essere in grado di districarsi anche in casi più complessi come, ad esempio, una catastrofe naturale (allagamenti, frane, terremoti) nella quale potrebbe essere coinvolto nella ricerca di persone disperse, oppure in casi più comuni come gli alterchi con l’utenza durante tanti altri servizi in cui l’operatore è spesso adibito. Potrebbe operare in ambienti di lavoro più specifici, come all’interno di un aeroporto, di una stazione, di un supermercato, di una fabbrica, di un museo, di un’ università, ecc.

Lo so che possono sembrare situazioni surreali o lontane dal nostro quotidiano, ma dobbiamo sempre essere pronti ad intervenire con la massima professionalità e determinazione. Il nostro intervento potrebbe risultare prezioso, se eseguito con competenza e precisione.

Dobbiamo, quindi, abbandonare la comune considerazione che i pericoli sono sempre distanti da noi e sfatare il luogo comune del “figurati se succede a me”. Come gli sportivi impegnati in sport di contatto si allenano costantemente provando e riprovando le differenti tecniche di attacco e di difesa in vista di un importante match, dobbiamo anche noi allenarci ad essere sempre pronti e reattivi in caso di pericolo.

Passiamo adesso ad un aspetto da quasi tutti sottovalutato, ma che riveste, invece, un ruolo psicologico fondamentale: il saluto. Sì, lo so cosa ti stai domandando: “il saluto? Ma cosa c’entra il saluto con la preparazione psicologica durante la vestizione?” È molto importante salutare i nostri cari prima di uscire di casa. È fondamentale per evitare la comparsa di effetti post-traumatici nella malaugurata ipotesi in cui dovesse accaderci un incidente sul lavoro. Siete ancora perplessi, è vero? Pensate sia un aspetto secondario e forse banale, ma vi assicuro che non lo è. Quindi, salutate sempre la vostra famiglia, vostra moglie, vostro marito, i vostri bambini, mamma e papà. Date a tutti un bacio e rassicurateli del vostro amore ogni giorno. Fatelo sempre. Anche se siete nel pieno di una litigata, o se siete allergici ai sentimentalismi, non importa. Fatelo. Ognuno di questi punti, elencati in questo scritto, va ripetuto giornalmente e indipendentemente dal tipo di servizio che andremo a svolgere e per quanto tempo lo stesso ci impegnerà.

Adesso, è il momento di parlare del nostro ritorno a casa. Quando la giornata di lavoro volge al termine e facciamo ritorno tra le mura domestiche. È quindi il momento della svestizione, quella psicologica. Un momento, altrettanto importante, che ci permetterà di andare a dormire tranquilli, facendo diminuire piano piano l’adrenalina, la stanchezza, la tensione frutto del nostro impegno. Quindi, quando sarete ritornati a casa con indosso la vostra divisa, ripercorrete a ritroso ognuno dei punti prima descritti. Sarà un percorso necessario per passare nuovamente dalla condizione di guardia a quella di riposo che sicuramente vi sarete meritati dopo un’intensa giornata d’impegno.

Non sottovalutate questi passaggi. All’apparenza semplici, per alcuni superflui, ma che hanno il chiaro obbiettivo di distinguere psicologicamente i momenti della nostra giornata tra la sfera privata e quella lavorativa.

È il momento di togliere il mantello, svestire i panni da supereroe e riabbracciare i vostri cari. Alla prossima.

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VIGILANZA IN EUROPA

Differenze e affinità tra gli Stati

di Sonja Desole

Quante volte vi sarà capitato di parlare dei colleghi guardie giurate che svolgono la loro attività nel resto d’Europa? Tantissime volte, almeno a me personalmente è capitato. Il più delle volte al rientro dalle vacanze. I commenti sono stati: ”In Spagna i colleghi guadagnano più di noi, stanno meglio e sono equiparati alla Polizia!”; “Ad Amsterdam si vede che hanno più potere!”; “Di sicuro guadagnano il doppio di noi!” e chi più ne ha, più ne metta.

Per comprendere se questi commenti siano solo il frutto di un generico qualunquismo, ho svolto una ricerca sull’argomento, con l’intento di approfondire l’aspetto economico e la formazione delle altre guardie giurate in Europa.

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VIGILANZA: Benvenuti nel Far West

di Vincenzo Lauricella

Un famoso scienziato francese del ‘700 (Antoine Laurent de Lavoisier) formulò un postulato che è possibile sintetizzare – sommariamente – nella sua più famosa frase «Rien ne se perd, rien ne se crée» che per chi non mastica il francese potrebbe essere tradotto più o meno in questo modo «Nulla si perde, nulla si crea». Quasi cent’anni dopo, un altro luminare – Albert Einstein – questa volta tedesco, perfezionò la sua teoria pronunciando la frase diventata celebre «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto cambia». Dopo diverse decine di anni, abbiamo appurato che questa affascinante teoria, che rivoluzionò i principi della chimica applicati alla materia, non si applica al mondo della vigilanza privata. Esatto, una scienza, quella fisica, che nonostante centinaia di anni di studi ed evoluzione, non possiamo applicare al nostro mondo. Sembra assurdo – concordo con voi – ma non lo è. Perché il mondo della vigilanza privata, e della security in generale, abbiamo inteso essere un universo a sé che vive di regole tutte sue. Una dimensione sospesa nella quale le normali leggi non si applicano, nemmeno quelle della fisica. Nel mondo reale ci sono norme, ci sono regole e c’è sempre qualcuno che ne controlla l’osservanza. No, caro Lettore, se hai scelto il mondo della vigilanza e della sicurezza più in generale perché sei un amante delle regole, della disciplina, perché hai uno spiccato senso dell’ordine o perché sei davvero convinto che in una società civile l’ordine assicuri la pacifica convivenza, allora, sei fuori strada.

Nella vigilanza l’unica cosa che si avvicina all’idea di ordine è la divisa che dovrebbe far apparire l’addetto come un uomo di legge e, a volte, purtroppo, nemmeno quella. Negli anni Settanta – e a seguire per almeno un ventennio – l’immagine del vigilante è rimasta fortemente legata all’idea di sicurezza, soprattutto, nei riguardi del cittadino. Le città subivano una grande trasformazione e divenivano sempre più grandi, sempre più caotiche e sempre meno sicure. La figura del vigilante assumeva, quindi, un ruolo sociale di primaria importanza. Era colui che garantiva all’anziano di non essere derubato dopo aver ritirato la sua pensione – guadagnata col sudore delle infinite ore in fabbrica – garantiva il trasporto dei valori e del contante che, in pieno boom economico, inondava le attività commerciali. Le guardie venivano impiegate nella sicurezza delle grandi aziende e dei servizi pubblici. Mentre altre venivano impiegate nella sicurezza personale di importanti figure chiave del nostro Paese. Spesso, anche illustri industriali facevano ricorso ai vigilanti per provvedere privatamente ad assicurare la propria protezione – erano gli anni dei sequestri – e delle proprie famiglie per mezzo di questa moderna figura professionale che trovava sempre più spazio in un nuovo mercato che, al contempo, garantiva ampi margini di crescita agli imprenditori che avevano deciso di investirci. Quindi, il vigilante veniva considerato al pari di un operatore di pubblica sicurezza. Tanto da essere più volte menzionato nelle pellicole cinematografiche del tempo come un vero e proprio “poliziotto privato”.

Un ruolo specialistico riconosciuto dal cittadino, rispettato per la sua funzione di garanzia della sicurezza e, non di secondaria importanza, ben retribuito. Questo non significa che la guardia degli anni ’80 non svolgesse lunghi turni di lavoro o saltasse qualche riposo o che potesse godere di tutte le festività in compagnia della famiglia. Questo no, era pur sempre un lavoro organizzato in turni – spesso notturni – che costringeva il Lavoratore lontano dalla propria famiglia per la maggior parte del mese, ma che garantiva a lui e alla sua famiglia un tenore di vita dignitoso, spesso superiore a tanti altri mestieri. Ma quelli erano gli anni Ottanta.

Infatti, intuendo il business della sicurezza, nell’ultimo trentennio migliaia sono stati gli imprenditori che hanno preso parte alla spartizione della succulenta torta. Come funghi si è assistito alla proliferazione di centinaia di società che ogni anno hanno preteso il loro posto in un mercato che garantiva enormi margini di profitto. Le multinazionali, le aziende di Stato, i servizi essenziali (porti, aeroporti, stazioni, Enti di Stato, Ospedali) – prima demandati alle forze dell’ordine – si apprestavano ad aprire le loro porte alle imprese della sicurezza privata attraverso l’affidamento in appalto dei servizi di security dal valore miliardario.

È così che il vigilante si trasformava da figura essenziale e di sussidio per il cittadino a semplice ingranaggio di un business miliardario. Il vigilante non è più, quindi, un professionista della sicurezza – comunemente riconosciuto – e indispensabile per garantire serenità in agglomerati urbani da milioni di abitanti, sempre meno sicuri a causa del dilagare dei fenomeni criminali (siamo negli anni ’80-’90 e le bande armate del nord Italia seminavano il terrore), ma si trasforma in un bene strumentale dell’impresa o – per utilizzare un termine tanto abusato dai manager aziendali – una risorsa. Non più una persona, ma relegato al rango di fattore della produzione o volgarmente chiamato, soprattutto in occasione dei cambi di appalto, una “testa”.

Questo deve far comprendere la profonda trasformazione che ha subito la figura in questione. Una mutazione che migliaia di operatori, soprattutto quelli che avevano iniziato la propria carriera tra la metà degli anni Settanta e la prima decade del nuovo millennio, hanno vissuto appieno e che raccontano con rassegnata delusione.

Hanno visto sgretolare il loro mestiere, la percezione sociale del ruolo e, soprattutto, la loro dignità di Lavoratore. Il processo di trasformazione si è manifestato, in primis, con il deterioramento delle garanzie contrattuali – con la complicità delle parti sociali che non hanno assistito con la necessaria veemenza la metamorfosi che il settore stava subendo – che hanno fatto perdere al comparto potere contrattuale, quindi resistenza all’attacco efferato delle associazioni datoriali che, per loro natura, hanno mirato ad una riduzione degli aumenti salariali, ma ancor peggio, alla disgregazione dell’impianto di tutele calcificate in anni di lotta politica e sindacale.

E così si è visto venir meno il diritto imprescindibile al riposo settimanale con l’introduzione dello “spostato riposo” poi arbitrariamente trasformato dal datore di lavoro in “saltato riposo” – puntualmente tradotto in «non riposo da 2 mesi».

Un trentennio riassunto in qualche riga che segna il cambiamento di un settore sotto lo sguardo sempre vigile, ma voltato da un’altra parte, delle Istituzioni e Organi di controllo probabilmente troppo impegnati per mettere ordine nel caos che hanno contribuito a creare e che tutt’oggi alimentano grazie alla loro quasi totale assenza. Questa si chiama complicità. Complicità nel non voler riordinare un settore ormai numeroso, ormai incardinato nel sistema sicurezza del nostro Paese e ormai allo sbando.

Benvenuti nel Far West.

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LODE ALLO YES MAN IN DIVISA

UN UOMO DA RINGRAZIARE

di Claudio Veltri

Vi ruberò solo cinque minuti, anche meno. Ma vi prometto che saranno irriverenti, senza filtri e senza peli sulla lingua. Oggi parleremo dello YesMan in divisa. Una figura mitologica che ogni Guardia conosce. Si annida in ogni Istituto. Un ingranaggio fondamentale per far funzionare al meglio ogni ufficio sevizi. Il Jolly per ogni situazione. L’uomo-ovunque!! Un “Male” necessario. Spesso camuffato da anti-aziendalista. Insospettabile. Simpatico alla macchinetta del caffè, spesso vi offre la colazione. Si lamenta dei turni troppo lunghi. Chi non ha mai sentito la solita lamentela “chiamano sempre me”, “non riposo da 2 mesi”. Queste cose fanno arrabbiare i meno attenti. Noi invece siamo qui per ringraziarlo.

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FRANCO DELLA CORTE

Una storia da non dimenticare

di Vincenzo Lauricella

La tipica giornata in Redazione è caratterizzata da ininterrotte ricerche d’informazione. Il cursore del mouse scorre frenetico tra decine di pagine internet e centinaia di link. Aggiornamenti sui contratti di categoria – da anni scaduti, le novità del settore, le evoluzioni giurisprudenziali, i comunicati stampa delle Parti Sociali e delle Istituzioni. E poi un’ampia pagina di cronaca. Assalti, aggressioni, omicidi. Crimini contro il personale impegnato a garantire la sicurezza: gli addetti alla security. Vittime di questi vili attacchi sono spesso le Guardie Giurate. Procedo ancora nella mia ricerca vagliando le parecchie pagine di cronaca quando la mia attenzione è catturata da un articolo in particolare:

Vigilante ucciso, la figlia Marta si laurea in Giurisprudenza con 110 e lode: “Ho promesso giustizia a papà”.

Due foto riempiono lo schermo. Una più datata con l’immagine di un uomo in uniforme da GPG e l’altra, più attuale, mostra l’immagine di una ragazza, che sorride con il capo ornato dalla tipica corona di alloro. Una dottoressa in legge. Una donna rimasta orfana di padre troppo presto e che ha deciso di non mollare, nonostante la tragedia che ha investito la sua famiglia. Ha continuato a lavorare duramente per ottenere un ambito traguardo che aveva promesso al padre. Lui non potrà starle accanto in questo felice momento, ma a lui è dedicato questo istante. Voglio saperne di più. I nomi negli articoli non possono rimanere solo un elenco di vittime. Nomi che saranno presto dimenticati come le loro storie e che lasceranno il posto ad altre foto e ad altri brevi passaggi tra i notiziari. Morti sul lavoro, morti violente che diventano quasi normali. Ogni nome rappresenta una famiglia e il suo dolore. Ogni volto ha una sua storia che va raccontata. Questo è il mio impegno. Allora, voglio conoscere di più in merito a FRANCO DELLA CORTE e voglio sapere di più dalla dott.ssa MARTA DELLA CORTE e di ciò che è accaduto quel tragico giorno e anche dopo. Quando l’interesse dei media cala, si spengono i microfoni, si chiudono gli articoli e si passa al prossimo fatto di cronaca.

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PORTO DI SALERNO: quale sicurezza?

TURNI DI 15 ORE E ASSENZA DI SERVIZI IGIENICI

Porto di Salerno

di Vincenzo Lauricella

La storia che sto per raccontarvi parla del Porto di Salerno. Da tutti considerato tra i porti più importanti d’Italia e tra i più efficienti d’Europa. Con un transito di 865.000 passeggeri l’anno e con oltre 14 milioni di tonnellate di merci transitate all’interno del suo sedime rappresenta uno scalo cardine del Mezzogiorno: l’autostrada del mare. Per non dimenticare l’importanza turistica che lo vede capolinea della “via del mare” che lo collega all’amata Costiera Amalfitana. Insomma, un vero e proprio gioiello per la ridente città di Salerno. Ora, invece, vi illustro quali sono le regole che vigono nella gestione della sicurezza di siti così sensibili.

La peculiarità del servizio impone il rispetto di tutta una serie di standard qualitativi puntualmente disciplinati dal D.M. 154/2009. Tant’è che gli addetti devono essere certificati.

l’addestramento delle guardie giurate per operare nei porti richiede “una maggiore specializzazione delle stesse, a tutto vantaggio di una sicurezza di più alto profilo

Adesso, è giunto il momento di far calare il sipario e di svelare la triste realtà.

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CRONACA: ASSALTATO FURGONE PORTAVALORI A MELITO

TRASPORTO VALORI: Ancora una volta preda di criminali

immagine di repertorio

Ancora una volta sale agli onori della cronaca il servizio di trasporto valori. L’ennesimo assalto è stato portato a termine lunedì scorso – 25 gennaio – in provincia di Napoli.

Siamo a Melito, Comune della Provincia del capoluogo partenopeo, dove erano appena trascorse le otto del mattino quando alcuni uomini armati e a volto coperto hanno portato a segno una rapina ai danni di un furgone portavalori. I balordi hanno atteso il momento dello scarico del contante, destinato all’ufficio postale di corso Europa, e una volta disarmato uno dei membri dell’equipaggio – sotto la minaccia di un fucile – si sono dati alla fuga. Per fortuna, nell’assalto non è stato registrato alcun ferito. Il bottino ammonterebbe a circa 40.000 euro. Sull’episodio stanno indagando gli uomini dell’Arma dei Carabinieri della Compagnia di Marano.

L’ennesimo attacco ai danni delle guardie che operano in questo delicato ramo della vigilanza privata. Un settore sempre più scrutato delle bande criminali alla ricerca di facili guadagni.


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PREVIDENZA: Assegno per il Nucleo Familiare (ANF)

LA TUTELA PREVIDENZIALE DELLA FAMIGLIA

dott.ssa
Tiziana LAURICELLA

E’ questione nota a noi tutti che il sostegno alla famiglia è una delle basi fondamentali delle prestazioni previdenziali. L’art.31 della Costituzione Italiana, infatti, recita “La Repubblica deve agevolare con misure economiche ed altre provvidenze la formazione della famiglia”. Non solo! L’art. 36 della nostra carta costituzionale dispone che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma quale è la fonte normativa di riferimento? Il sistema di corresponsione dei trattamenti di famiglia per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti è oggi disciplinato dal D.L. n.69/1988 che ha introdotto l’Assegno unico per il nucleo familiare (ANF) in misura differenziata in rapporto al numero dei componenti e al reddito del nucleo familiare stesso.

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BRUMOTTI, NON SONO D’ACCORDO!

Sonja DESOLE

Qualche giorno fa, spinta dalla curiosità stimolata dai discorsi animati di alcuni colleghi, mi sono precipitata su YouTube alla ricerca del video di Vittorio Brumotti girato per “Striscia la Notizia”. Come non conoscere l’ormai famoso e temuto pupazzetto che l’irriverente inviato di Striscia posiziona sulle vetture dei malcapitati che si rendono colpevoli di condotte poco lodevoli alla guida delle loro auto. Tra i furbetti del parcheggio “selvaggio”, questa volta, c’è l’autista di un furgone porta valori che, in attesa del ritorno dei colleghi, durante lo scarico del contante, sostava in una zona riservata ai mezzi per disabili. Probabilmente, perché appartiene alla categoria delle guardie, non ho potuto, questa volta, che parteggiare per l’indisciplinato collega. Concordo con Brumotti, non è corretto sostare sui parcheggi dedicati ai disabili – lo dice il codice della strada oltreché il buon senso civico -, ma questa volta no, non concordo!

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COLPO IN CANNA SI’? COLPO IN CANNA NO?

Quei riti giornalieri che contribuiscono alla tenuta di un’arma in sicurezza.

CANIK TF9 Elite Combat 9×21 – © Riproduzione riservata
di Luca RADIOSI

Mi rivolgo a te, addetto alla sicurezza. A te che ogni giorno sei chiamato ad impugnare un’arma come strumento di lavoro. A te che hai preso confidenza con Lei da ormai decenni ed è diventata la tua fedele compagna di vita. A te che nelle lunghe, fredde e uggiose notti invernali durante il servizio hai una sola vera amica al tuo fianco che nulla dice, ma che ti proteggerà silenziosamente. A te che forse avrai la fortuna di non doverle mai chiedere soccorso e a te che, invece, le hai dovuto gridare aiuto.

Sperando che quel maledetto giorno, quella maledetta ora, quel maledetto minuto, quello stramaledetto secondo non debba mai presentarsi, tieni a mente che dovrai sempre accudirla con il rispetto che Le si deve senza mai abbassare la guardia. Perché Lei sarà sempre lì, ma tu dovrai essere pronto ad utilizzarla avendo imparato a memoria le regole del gioco.

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Il Punto sul C.C.N.L.

Liquidazione permessi anno precedente: una mensilità dai più dimenticata

dott.ssa Daniela DE BERNOCHI

Quanti sono i permessi previsti per il comparto sicurezza? Considerata la platea di Lettori che ci legge (guardie particolari giurate, servizi fiduciari, multiservizi, investigazioni private) vedremo insieme le diverse contrattazioni che, di norma, vengono applicate agli addetti alla security, non me ne voglia il Lettore per i settori che non siano di suo interesse.

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SICUREZZA: benvenuti nel Far West

“è così che il vigilante si trasformava da figura essenziale e di sussidio per il cittadino a semplice ingranaggio di un business miliardario. Il vigilante non è più, quindi, un professionista della sicurezza, ma diviene un bene strumentale dell’impresa: una risorsa.

Una risorsa sulla quale fare profitto!

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UN ESERCITO ABBANDONATO

100.000 addetti che nessuno ascolta.

Sessantaquattro mila è il numero degli addetti che fanno capo alla filiera del comparto sicurezza. Quasi centomila se si considerano anche i Lavoratori che operano alle dipendenze di aziende che, pur non essendo come istituti di vigilanza, si schierano tra le fila del settore della sicurezza con la formula del “multiservizi”. Questi i dati ufficiali che emergono dall’ultimo censimento realizzato dalla Fondazione CENSIS e Federsicurezza (dati relativi al 2018). Quindi, ricapitolando, centomila uomini e donne che silenziosamente contribuiscono alla sicurezza dei cittadini. Figure professionali impegnate in attività di tutela e protezione dei beni, ma che, sempre più spesso, sono chiamate a svolgere compiti di sicurezza sussidiaria e complementare rispetto alla forza pubblica. Non da meno sono le decine di migliaia di addetti non armati ai quali è assegnato il compito di vigilare su importanti aspetti della vita di tutti noi cittadini (controllo accessi negli uffici e imprese, rilevazione delle temperature nei luoghi aperti al pubblico, servizi di safety e security, bodyguard, steward negli stadi e investigatori privati anche ai fini commerciali).
Per comprendere l’imponenza del comparto è fondamentale effettuare un confronto tra il personale dipendente nei corpi di polizia (Carabinieri, Forestale, Guardia di Finanza, Polizia di stato, Polizia Penitenziaria, Cappellani Militari) e gli addetti ai servizi di vigilanza e sicurezza.

I corpi di polizia, nel loro insieme, vedono schierati 330.816 addetti contro i 100.000 uomini del settore privato. Il solo comparto della vigilanza privata armata (GPG) che conta 64.000 professionisti è equivalente o superiore al Corpo Nazionale della Guardia di Finanza (63.323), (63.323), Forestale (9.836) e Polizia Penitenziaria (40.717).
Questo raffronto non è una corsa al primato sui numeri, ma si rende indispensabile per evidenziare l’importanza crescente che il comparto, oggi, riveste sia in termini numerici, sia in termini di peculiarità dei servizi svolti. A questi uomini e donne è demandato, oggi, il compito di sorvegliare i più importanti snodi logistici a livello nazionale, i cosiddetti siti sensibili, come porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, stazioni metropolitane, mezzi pubblici e, ancora, grandi aziende di interesse strategico come le centrali termiche, le fabbriche siderurgiche e di interesse strategico-militare. Queste, solo per citarne alcune.
È indiscussa l’importanza che tali figure rivestono nella sicurezza del nostro Paese.
Allora perché è un esercito abbandonato? L’aggettivo non è casuale. Infatti, oltre ad essere dimenticato dalle Associazioni Sindacali di categoria – le quali non hanno migliorato le condizioni di vita del settore che, di contro, retrocede ad ogni rinnovo contrattuale – e dalle Istituzioni pubbliche – le quali tralasciano la circostanza che il comparto trovi la propria regolamentazione in una disciplina obsoleta di un secolo addietro – incombe sulla categoria l’assoluta sordità degli Organi di controllo che dovrebbero vigilare sulla corretta applicazione di quelle poche regole che ancora tengono in piedi, si fa per dire, il settore.

Non è una denuncia buttata a caso. Non vuole essere il lancio di un sasso sullo specchio di un acquitrino. Perché questo è ormai l’ecosistema in cui si muovono Lavoratori e Organizzazioni Sindacali: uno stagno. Acque ferme, o peggio ancora, morte. Adesso, immaginatevi un uomo, sulla riva di un lago. L’acqua è ferma, non un alito di vento. Tuto tace, nulla si muove. Tutto sembra sospeso e immobile. Allora, l’uomo raccoglie un sasso e lo lancia sull’acqua per smuovere le ferme acque. Sapete cosa accade? Dopo che il sasso avrà colpito l’acqua e le onde concentriche si saranno dissolte, tutto tornerà esattamente uguale a prima. Fermo. Immobile. Statico. Bene, questo è ciò che avviene, nelle migliori delle occasioni, quando un Lavoratore o un Sindacato si rivolge agli organi ispettivi per far accertare eventuali violazioni commesse nell’ambito della vigilanza privata. Non è un racconto romanzato, è ciò che puntualmente si verifica.


La domanda, allora, sorge spontanea: perché? Perché questo immobilismo? Perché questo disinteresse da parte di chi è preposto al controllo?

Il perché se lo è chiesto Giuseppe, guardia particolare giurata da oltre dieci anni dipendente di un noto Istituto di Vigilanza campano, che ha denunciato all’Ispettorato di Salerno e all’ASL competente la mancata consegna delle mascherine e dei guanti monouso in piena emergenza pandemica. Correva il mese di giugno dell’anno appena trascorso e ci si rendeva conto che tutto era ormai cambiato. L’Italia era in ginocchio provata dalla prima ondata e il virus non poteva più essere sottovalutato. Migliaia di guardie sono state, quindi, chiamate a fronteggiare un nemico invisibile. Un virus, per molti letale, contro il quale gli addetti del settore sono stati – e lo sono tutt’ora – schierati in prima linea. Catapultati in trincea, spesso al fianco degli operatori sanitari. Sentinelle comandate a dare l’allarme laddove un utente manifesti i temuti sintomi, spesso senza essere stati debitamente formati e con strumenti che, il più delle volte, sono alterati. Operatori comandati in prima linea per fermare il propagarsi del virus. Barriere umane sacrificabili.

Anche Giuseppe si trovava schierato a combattere il nemico, in un servizio di quelli che molti non avrebbero più voluto svolgere: vigilanza presso il triage del pronto soccorso. Il terreno meno sicuro. Ma lui, in quel servizio era quello che in gergo viene denominato “personale fisso”. Sempre presente, da anni.

Allora, pur con tutti i dubbi e con la legittima paura a fargli compagnia, assolveva il suo compito. Chiedeva solo di ricevere i dispositivi di protezione individuale adeguati a limitare il rischio di contagio, ma il suo datore di lavoro rispondeva alle sue richieste prima con insofferenza e poi con singole forniture sufficienti, al più, allo svolgimento di un unico turno di lavoro. Questo, è quello che fanno i cattivi superiori. Non si preoccupano della salute dei propri soldati, cercando un facile risparmio da sventolare al proprio padrone. Non capiscono che la guerra si vince grazie alle truppe e non con le pacche sulla spalla dei capi. È in quel momento che Giuseppe, esasperato dalla situazione decideva di denunciare l’accaduto all’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Salerno. Non era la prima volta che vedeva calpestati i propri diritti, ma in questa occasione di mezzo non c’erano gli straordinari non pagati, le ore di lavoro che sistematicamente spariscono dalla busta paga o il vestiario mai consegnato. Questa volta c’era in gioco la salute. L’Ispettorato del Lavoro, così, riceveva il 15 giugno una richiesta d’intervento.


A questo punto, in un Paese in cui dovrebbe vigere lo stato di diritto, un Organo ispettivo chiamato a vigilare, soprattutto nel pieno di una crisi sanitaria – e senza voler utilizzare come attenuante che in quel momento “c’erano cose più importanti a cui pensare” – si sarebbe dovuto attivare con prontezza disponendo dell’artiglieria necessaria al fine di accertare le violazioni o, quantomeno, sensibilizzare gli Istituti di Vigilanza all’osservanza dei più elementari criteri di salvaguardia della salute dei propri dipendenti. Ma la storia ha un finale diverso.


Il 5 agosto – sì, caro Lettore, hai letto bene – dopo giusto 51 giorni dalla richiesta di intervento, l’Ispettorato del Lavoro di Salerno pensò bene di scaricare la patata bollente all’ASL competente invitandola a valutare gli “adempimenti più opportuni che avesse voluto adottare”. Che potremmo tradurre – in linguaggio meno politichese – in: pensaci pure tu. Lo scarica barile non passa mai di moda. Gli adempimenti adottati dalla competente ASL non tradirono le riposte aspettative: un nulla di fatto. Giuseppe è rimasto solo al pronto soccorso nella vana attesa di un qualche ispettore. Mai alcun funzionario bussò alla porta dell’Istituto di Vigilanza in questione per gli “opportuni adempimenti”.
Giuseppe è stato costretto, quindi, ad elemosinare mascherine e guanti.


Questa è l’Italia verrebbe da sentenziare. Questo è, ormai, il motto rassegnato che echeggia nella mente dei Lavoratori. Giuseppe è solo uno delle migliaia di Lavoratori che ogni giorno affrontano la sordità delle Istituzioni. E l’Ispettorato del Lavoro di Salerno non è l’unico ad aver disatteso decine di segnalazioni e denunce.
Lo conferma Andrea, dipendente di un Istituto di Vigilanza operante nel Piemonte, al quale è stato chiesto di denudarsi della sua uniforme per indossare la tuta protettiva all’interno di un reparto Covid. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, almeno il presidio Ospedaliero voleva tutelare la sua salute, direbbero i più garantisti. Se non fosse che veniva tralasciata la circostanza che le tute ospedaliere sono prive di fondina. Sapete cosa ha risposto l’Istituto di Vigilanza alla legittima richiesta di Andrea circa le modalità per indossare l’arma? “Mettitela nelle mutande”. Nemmeno il più navigato Vallanzasca azzardava il porto della pistola nella biancheria intima. Provate voi a infilare un chilo d’acciaio nelle mutande! Ha dell’incredibile, ma è accaduto davvero.

La pandemia ha messo ulteriormente a dura prova questo esercito abbandonato unito – dal freddo Nord al caldo Mezzogiorno – da un comune denominatore: il disinteresse per la categoria. Ci sono migliaia di Giuseppe ed Andrea disseminati nella penisola che ancora sperano – e non vogliono smettere di farlo – che prima o poi ad una denuncia in Ispettorato, ad una segnalazione in Questura ad una nota alla Prefettura, seguirà un’ispezione e poi una sanzione e, infine, qualcosa inizierà a cambiare.

Per fortuna ci sono ancora tanti Giuseppe ed Andrea tra i Lavoratori, fiduciosi, combattivi e convinti che le regole vadano fatte rispettare e che, prima o poi, un Giuseppe o un Andrea prenderanno posto tra le fila delle Istituzioni. A quel punto, qualcosa potrà finalmente cambiare.

Una voce viene soffocata, mille diventano un grido. Continuate a gridare.

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