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VIGILANZA PRIVATA: SIAMO PROSSIMI AL COLLASSO DEL COMPARTO?

Sono passati un paio di mesi da quando le bacheche sindacali, le pagine sociali dedicate al settore e i comunicati stampa affollavano la rete, ma poi – come spesso accade – tutto è tornato alla normalità.

Solo che la normalità per i circa 60.000 addetti alla vigilanza privata e i 40.000 cugini dei servizi fiduciari significa continuare a lavorare in settore povero e deregolamentato. Un comparto che va avanti per inerzia con una contrattazione, e una paga, non più in linea con la realtà lavorativa e alla oggettiva necessità economica degli addetti.

Il contratto collettivo, le sue regole e le sue norme, hanno visto la loro scadenza nell’ormai lontano dicembre 2015. Nel corso di questi anni tanto è cambiato. Gli addetti ai lavori si sono ritrovati a dover far fronte ad una pandemia e lottare in prima linea per il funzionamento di tutti quei servizi che sono chiamati a vigilare. Altroché “operai con la pistola”, appellativo invalso con il quale viene sintetizzato il ruolo delle guardie particolari giurate.

Operai?
Troppo superficiale appare la catalogazione della funzione. Troppo sintetica per raccontare i tanti mesi necessari per ottenere un porto d’armi e un decreto di nomina. Troppo sbrigativi per riassumere le settimane, anche mesi, di formazione per conquistare i tanti certificati che le guardie impiegano per lavorare nei servizi più critici (porti, aeroporti, stazioni). Troppo in fretta si liquida il sacrificio per una formazione – spesso non retribuita – con la quale migliaia di operatori si formano per poter scortare valori immensi contenuti in furgoni che in troppe occasioni si sono rivelati inadatti a proteggere la vita di chi li occupa.

Operai a chi?
E’ vero, non sempre il personale risulta formato e spesso viene catapultato in servizio con una stringata comunicazione e con pochissime istruzioni. Questo, però, è da imputare alle tante – troppe – società che invadono il mercato e che poco si curano di spendere in formazione e, quindi, in sicurezza.

Pertanto, liquidare questi Lavoratori e Lavoratrici con un semplice e generico “operaio” non è del tutto corretto. Qui non si vuole distinguere o prendere le distanze dalla classe operaia, che rappresenta da sempre il motore dell’economia. In questo caso, si vogliono chiamare le cose con il loro nome.

Il problema d fondo è che un vero nome non c’è. Questo perché il legislatore si è limitato ad inventare una soluzione di mezzo (forse di comodo) per definire una categoria che tanto richiede ai Lavoratori e molto poco gli concede. Forse sarebbe meglio chiamarli “cittadini con la pistola”, ma sarebbe , comunque, ingiusto nei loro confronti.

Dovrebbero essere chiamati “professionisti della vigilanza o della sicurezza”, ma questo non converrebbe a nessuno. Sopratutto, a chi sull’assenza di una definita identità sta facendo milioni di euro di profitti. Non riconoscere un’ adeguata professionalità alle guardie e ai fiduciari consente di sminuirne la figura e condurre un gioco al ribasso. Inoltre, aspetto non meno rilevante, consente un impiego multiforme. E’ così che la guardia diventa un receptionist e un fiduciario diventa una guardia (disarmata). Una mescolanza di funzioni e ruoli che si traduce in un mix fatale per il lavoratore che finisce per perdere la propria identità.

Un mercato costruito ad arte, che con la complicità (o forse sarebbe più corretto dire “noncuranza”) delle Istituzioni continua il suo oscuro cammino senza chiare regole, senza limiti, senza limpidi riferimenti legislativi e contrattuali.

Diciamoci la verità, questa figura border-line conviene un po’ a tutti, tranne che ai diretti interessati.

Riepilogando: niente rinnovo contrattuale, paghe tra le più basse in Italia, disciplina vecchia di quasi cent’anni, silenzio stampa dei sindacati sulla contrattazione, scarso interesse della politica, Enti pubblici che utilizzano i Lavoratori anche in presenza di macro-violazioni.

Tutto questo deve far perdere le speranze?
No, dovrebbe far riflettere le migliaia di Lavoratori e Lavoratrici che l’unica salvezza, a questo punto, è una mobilitazione.
Prima, però, sarebbe opportuno prendere coscienza della situazione e del proprio ruolo, uscendo dalla logica dell’individualismo e pensando come un (grande) unico blocco.
Resta l’unica alternativa prima del collasso sociale del settore.


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SALARIO MINIMO IN EUROPA: UN TRAGUARDO CHE L’ITALIA GUARDA DA LONTANO

LA VIGILANZA PRIVATA TRA I SETTORI PIU’ COLPITI DALL’ASSENZA DI UNA RETRIBUZIONE MINIMA GARANTITA

salario minimo in Europa

Il Consiglio Europeo ha approvato la direttiva sul salario minimo.
Questa è la notizia che continua a rimbalzare su TV e social media. Il raggiungimento dell’accordo viene elogiato come un grande risultato che porterà a breve una ventata di dignità per i milioni di lavoratori che pur lavorando rimangono poveri.

Grande è la speranza per tutti quei Lavoratori impiegati nei settori ormai passati al novero dei “lavori poveri”. Milioni di Lavoratrici e Lavoratori sperano in un adeguamento sostanziale del proprio salario che, in virtù di quest’ultima direttiva, dovrebbe registrare un’impennata entro i prossimi due anni.

In altri Stati d’Europa è già successo. Ultimo è il caso della Germania nella quale il Parlamento ha approvato un salario minimo di legge a 12 euro l’ora.

Tra le speranze e la disillusione, in tanti si domandano se anche l’Italia seguirà il buon esempio e restituirà dignità al lavoro.

Purtroppo, questa è solo una speranza che sembra essere destinata a rimanere tale. Infatti, la direttiva nata dall’intesa di Commissione, Parlamento e Consiglio UE non obbliga gli Stati membri all’applicazione di un vero e proprio salario minimo, bensì lascia una certa libertà d’intervento ad ogni Stato Membro.

In altre parole, un’intesa che poco o nulla andrà a modificare la nostra realtà nazionale.

In Italia, come risaputo, la contrattazione collettiva è affidata alle Parti Sociali che sempre più sono diventate “parti” di un sistema, che poco ha concesso e molto ha tolto ai Lavoratori, e sempre meno hanno rappresentato le esigenze sociali.

Titoli, slogan, e i soliti capi di partito che non hanno esitato a cavalcare la notizia per provare, ancora una volta, a raccogliere ciò che di buono potesse venire da quest’ultima battuta europea.

La realtà rimane sempre la stessa.

In Italia esistono centinaia di contratti – oltre 900 depositati al CNEL – molti dei quali prevedono retribuzioni insufficienti a garantire una qualsivoglia forma di dignità al lavoro.

Tanti, forse troppi, gli accordi aziendali derogatori e i contratti di prossimità che in nome di una vera o presunta crisi aziendale hanno concesso alle società, con il benestare dei sindacati concordi, di applicare paghe inique e deroghe diffuse.

Pertanto, la direttiva europea poco cambierà nel nostro Paese dove i Sindacati si oppongono al salario minimo per mantenere il potere costituito e i partiti (alcuni) sostengono i poteri del capitale quasi sempre finanziatore e benefattore delle attività di segreteria.

Anche chi del salario minimo aveva fatto un cavallo di battaglia, vedi il Movimento 5 Stelle M5S oggi a guida Conte, si continua a proporre ai media quale portavoce dell’esigenza di un salario minimo di legge, dimenticando che pochi anni fa, quando al Governo c’era proprio un loro esponente ad occupare la poltrona di Ministro del Lavoro, nulla fece in proposito.

Nei prossimi giorni, o forse per l’intero periodo della campagna elettorale, tanti saranno i camei in onore del salario minimo. L’argomento scotta ed è un tema magnetico in sede di campagna per l’accaparramento dei consensi, ma resta fermo un dato oggettivo: l’Italia è ben lontana dal centrare l’obbiettivo proposto dall’Europa.

Politica e Sindacati, chi per un motivo e chi per un altro, non vogliono il salario minimo.

L’Europa ha dimostrato di essere capace di indirizzare le proprie decisioni ed esercitare adeguate pressioni quando c’è da sostenere una guerra, inviare armamenti e stanziare miliardi per le spese belliche, ma di essere ben poco incisiva quando in campo ci sono i diritti dei Lavoratori.

Mentre i sostenitori e i detrattori del salario minimo continueranno a litigare, gli operatori fiduciari, le guardie giurate, gli addetti dei multi-servizi, continueranno a percepire la loro indegna paga di nemmeno 5 euro lordi l’ora determinata da quelle Parti Sociali ai quali l’Italia ha demandato il delicato compito di determinarne il salario.

Forse sarebbe il caso di iniziare a prendere atto che la contrattazione ha fallito, così come la politica del lavoro.

Serve un salario minimo da almeno 10 euro lordi l’ora solamente per recuperare il divario determinato dall’inflazione e dall’aumento dei prezzi di materie prime e carburanti.

Per restituire dignità al lavoro, però, serve ben altro.


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SCIOPERO DELLA VIGILANZA PRIVATA: UNA MANIFESTAZIONE CHE RIVELA SFIDUCIA

di Vincenzo Lauricella

Lo scorso 2 maggio si è tenuta in diverse piazze d’Italia la mobilitazione annunciata dai sindacati firmatari del contratto collettivo di settore (CGIL CISL UIL).

Lo sciopero era stato proclamato a fine aprile quando le trattative con le associazioni datoriali avevano subito un brusco arresto, arenandosi in maniera definitiva.

Dopo oltre sei anni di trattative, richieste (ai più sconosciute), rifiuti (alle sconosciute richieste), si ritorna al punto di partenza: distanze incolmabili e assenza di volontà delle rappresentanze dei datori di lavoro a trovare una soluzione conciliativa.
Il tavolo della trattativa (quale?) salta e i Lavoratori rimangono ancora una volta sottomessi ad un contratto scaduto da ormai troppo tempo.

È a seguito dell’interruzione delle trattative, quindi, che le segreterie confederali hanno deciso di proclamare lo sciopero contro un contratto ormai obsoleto e con retribuzioni non più sufficienti (in realtà alcune retribuzioni non lo sono mai state, tanto da essere state oggetto di plurime sentenze di condanna a causa della loro insufficienza).

Allora, inizia la “chiamata alle piazze”. L’esigenza di compattezza, di unione, di gruppo sembra quanto mai necessaria. Serve dimostrare l’unione tra i lavoratori per mettere in scena una prova di forza contro le associazioni datoriali che non intendono più proseguire la trattativa.

Questa volta, però, è andato in scena un altro copione. I Lavoratori e le Lavoratrici del settore non rispondono in massa alla chiamata e rispediscono l’invito al mittente.

Nonostante i titoli di alcuni quotidiani nazionali riportino che nella giornata di sciopero in 100.000 hanno incrociato le braccia, la realtà è ben diversa e merita di essere raccontata, soprattutto agli addetti ai Lavori.

A Roma, infatti, il 2 maggio si è assistito al consueto corteo di bandiere e di striscioni che, in numeri ben più contenuti di quelli dichiarati, ha sfilato tra le vie della Capitale. Sono circa un migliaio le presenze effettive (a differenza delle oltre 3.000 pubblicizzate) che hanno preso parte alla mobilitazione, per lo più delegati (e non lavoratori) che sono stati invitati alla massiva adesione.

La realtà, contrariamente ai titoli di giornale, è ben altra. Il livello di adesione allo sciopero è stato molto risicato e quasi nessun servizio presidiato dalla vigilanza privata ha fatto registrare criticità.
Le grandi stazioni, gli ospedali, i trasporti pubblici, le sedi dei maggiori Enti e altri servizi essenziali non hanno necessitato delle ricorrenti procedure di precetto.

La scarsa adesione non è volta a minimizzare il lavoro delle sigle proclamanti, ma serve a stimolare una riflessione più profonda.

Bisogna comprendere perché i Lavoratori non hanno aderito in massa, perché non hanno accolto di buon grado l’iniziativa e ricercare il motivo per cui su una forza di oltre 100.000 addetti, solo poche migliaia in tutta Italia hanno risposto alla chiamata.

Il motivo è bene ricercarlo nella sfiducia dilagante verso le Organizzazioni Sindacali e non altrove.

Nel corso degli ultimi sei anni ci si è focalizzati esclusivamente sul problema del mancato rinnovo del contratto collettivo e non sui contenuti e sulle proposte. Nessuna specifica è trapelata dai tavoli della trattativa, nessun coinvolgimento dei Lavoratori si è registrato. Nel corso dei 6 anni di estenuanti trattative, i Lavoratori e le Lavoratrici non sono stati coinvolti nella concertazione e non sono stati implicati direttamente nella discussione dei contenuti e delle proposte.

I 100.000 addetti, che si pretendeva di portare in piazza, di fatto, non hanno mai conosciuto i contenuti della proposta sindacale né quali punti sono stati oggetto di rifiuto da parte dei datori di lavoro. Una contrattazione sulla quale, da sempre, aleggia un alone di mistero. Un ermetismo, quello operato dalle segreterie sindacali, che ha generato inevitabilmente sfiducia, distacco e, infine, diffidenza.

La distanza ormai determinata tra Lavoratori e Organizzazioni che dovrebbero rappresentarli, sembra aver dato il via ad un meccanismo per il quale gli addetti si allontanano dalle rappresentanze, le Organizzazioni perdono la loro prerogativa e le associazioni datoriali prendono il sopravvento facendo leva su uno svuotamento della rappresentanza. A pagarne le spese sono sempre, però, i Lavoratori.

Al di là dei titoli dei quotidiani che continuano a pubblicizzare un’ampia adesione all’iniziativa, restano i numeri concreti e la presenza dei lavoratori che hanno chiaramente preso le distanze dall’iniziativa rendendosi indisponibili a sacrificare parte del loro esiguo salario (determinato dalla precedente contrattazione sottoscritta dalle stesse segreterie sindacali) per l’ennesima giornata di sciopero che si traduce solamente in una colorata sfilata priva di contenuti concreti.

Non sono mancate, come di consueto, le incursioni dei politici che, a poco meno di un anno dalla tornata elettorale, non hanno lesinato promesse, disponibilità e impegno, troppe volte propagandato e mai realizzato.

Il comparto è stanco e disilluso e non ha più la voglia di raccogliere inviti né di credere a promesse prive di sostanza.

Siamo di fronte ad una crisi della rappresentanza di settore.

Servirà più di un titolo e più di qualche promessa per riconquistare la fiducia di questo esercito che, senza ulteriori garanzie e in assenza di risultati, sarà costretto a ricorrere ad altre forme associative e di rappresentanza per garantire la sopravvivenza di questo mestiere.


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VIGILANZA PRIVATA: ANCHE IN PUGLIA È SFRUTTAMENTO

di Vincenzo Lauricella

Quella che riproponiamo, di seguito, è una lettera che una guardia giurata (che vuole rimanere anonima) ha inviato alla nostra redazione.

È l’ennesima testimonianza dell’arroganza e della prepotenza con cui certi istituti di vigilanza operano, ormai consapevoli di poter operare impunemente.

Parole dure quelle contenute nella lettera che ricostruiscono perfettamente lo stato in cui migliaia di Lavoratori sono costretti ad operare: ricatto, paura, violazione delle norme contrattuali e di legge. Il tutto sotto gli occhi – poco attenti – di chi dovrebbe controllare e non lo fa.

Pubblichiamo integralmente la lettera perché è necessario che questo mondo e le condizioni avverse che lo contraddistinguono, sconosciute ai tanti, possano essere portate a conoscenza dei più.


Spettabile Redazione de Il Vigilante,

Sono una G.p.G. alle dipendenze dell’Istituto di vigilanza C******* di Avellino.

Vi scrivo per dare voce a ciò che succede in Puglia nel mondo delle G.p.G. di questo istituto, sotto gli occhi di tutti e perché le Autorità competenti (Prefetture, Ispettorato del Lavoro ecc. ecc.) e le
Committenze, anche dopo vari appelli e vertenze delle sigle sindacali di varia appartenenza, non fanno niente per noi G.p.G.

Inizio con il dire che in questo istituto è normale fare 12 ore giornaliere, le 40 ore settimanali o le 48 (compreso di straordinario) ore settimanali sono un miraggio. L’azienda dice di rispettare il CCNL delle G.p.G. e dei servizi fiduciari (per altro scaduto nel 2015) ma nulla è vero.

Ci sono postazioni dove, addirittura, i colleghi fanno turni da ben 17 ore, senza poter dire niente perché hanno paura di essere licenziati o per il mancato rinnovo del contratto lavorativo.

Non sempre si rispettano le 11 ore di riposo giornaliero previsto dall’art. 35 del CCNL. Ci sono turni dove si finisce di lavorare la mattina alle ore 06:00 e conta come giorno di riposo, prendendo servizio il giorno successivo alle ore 06:00, magari con un bel turno 06/18, in barba al riposo giornaliero e al settimanale, o si finisce con un 18/06 e alle 14:00 si riprende a lavorare.

I turni da dodici ore in questa azienda non sono un’emergenza di servizio, sono lo standard aziendale. Lo si deduce vedendo la programmazione dei turni. Si capisce che l’emergenza di servizio è normalità.

Cosa dire della divisa, che il più delle volte non è possibile lavarla (non si ha il cambio) se non nel giorno di riposo, se tutto va bene e se il tempo accompagna per l’asciugatura.

I permessi non usufruiti che vanno pagati nel cedolino del mese di gennaio per loro non esistono.

Se si fa richiesta di giorni di permesso o di ferie per loro vige che bisogna farne richiesta almeno quindici giorni prima, ma per noi non vige l’avere una risposta da parte dell’azienda. Si
viene a conoscenza, se autorizzati o meno, uno o due giorni prima senza avere la possibilità di programmabilità.

Se si invia una email per chiarimenti sulle ore lavorative, o sui cedolini paga, o per qualsiasi esigenza non si ha risposta, praticamente dialogare con l’azienda e quasi impossibile.

AFAC voce per molti sconosciuta (Acconti su Futuri Aumenti Contrattuali) che andrebbe inserita nella paga base mensile conglobata, puntualmente la si ritrova nelle competenze, per non farla rientrare nella normale retribuzione.

Riposi settimanali che non rispettano la cadenza della turnazione 5+1. Quando un riposo viene spostato non viene retribuito come da CCNL art. 36 punto 2.

Le ferie del periodo invernale non vengono erogate.

Controlli continui da parte del sig. M**** A*****o più volte durante il mese solare.

Oltre ai turni da dodici ore, bisogna sorbirsi questi controlli sulla qualità, ma non interessa quante ore si fanno.

Non vengono erogati i Ticket pasto come da contratto integrativo provinciale art. 16.

Per ogni trimestre ci spettano due ore retribuite per le esercitazioni al tiro a segno, art. 17 c.i.p., ma mai viste retribuite, in più anche se non in servizio ci sta l’obbligo che alle esercitazioni si va in uniforme.

Mi fermo qui, ma ci sarebbe tanto ancora da scrivere.

Concludo nel dire che ci viene tolta la dignità di uomini, di padri, di figli. Lavorando con questa azienda non si ha più vita privata.

Sì, Lei potrebbe dire, perché non cercare altro, ma dopo un bel po’ di anni che si fa questo lavoro lo si inizia ad amare con tutti i contro e i pochi pro. Ma non per questo dobbiamo essere sfruttati da certe aziende che pilotano il mercato della vigilanza privata.

Una Guardia.


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PAROLE, PAROLE, PAROLE

C.c.n.l. scaduto, Status giuridico inadeguato, Normativa secolare

di Vincenzo Lauricella

Parole soltanto parole, parole tra noi. Così recitava una famosissima hit degli anni ‘70. Molti di noi, giovani e meno giovani, ricorderanno di certo la vincente accoppiata Lupo-Mina che estasiava il pubblico sul palco del varietà in prima serata RAI.
Tutto molto bello, se le parole di quel testo non calzassero a pennello sulle vicende che interessano il comparto della vigilanza privata, dei servizi fiduciari e dei multiservizi: Parole, soltanto parole tra noi. Dove “tra noi” intendiamo le migliaia di lavoratori del settore e le Istituzioni.

Il comparto, ormai lo sappiamo bene tutti, versa in uno stato di abbandono contrattuale e normativo. Il contratto collettivo nazionale è scaduto da più di cinque lunghi anni (oggi 6). Tanti sono stati gli incontri, tante le annunciate svolte, tante le richieste vere o presunte, tanto il ritardo. Contratto scaduto da un quinquennio (6 per l’esattezza) e ci si ritrova, comunque, al palo. A questa situazione di stallo, ormai nota, si aggiunge una normativa che definire obsoleta significherebbe utilizzare un eufemismo piuttosto forzato.

Millenovecento trentuno. Era, infatti, l’11 luglio del 1931 quando il Re Vittorio Emanuele III decretò e sottoscrisse il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Il Re. La normativa che regolamenta l’attività delle guardie giurate, oggi impegnate in attività tanto complesse e delicate, è fatta risalire ad appena novant’anni fa. Il comparto, nella data in cui andiamo in stampa, è disciplinato da un insieme di norme il cui testo ufficiale inizia con le seguenti parole: “Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia…”.
Senza nulla togliere alla grazia e alla volontà del popolo italiano, ma, converrà il Lettore, appare surreale che un settore che conta oltre cinquantamila uomini armati impiegati in servizi ad alto rischio e di ancora più elevato interesse sociale possa essere regolato da una normativa che si appresta a spegnere le cento candeline. Ma torniamo al successo canoro di Mina – parole parole parole – per ripercorrere insieme i “fiumi di parole” – altro vittorioso successo sanremese di più recente edizione – che sono stati versati, nonché spesi dalle eminenti rappresentanze delle Istituzioni che di recente si erano interessate al comparto.

Nel 2019, dopo anni di preghiere rivolte dai lavoratori agli esponenti di numerosi partiti politici, qualcosa iniziò a muoversi. Qualcosa sembrava stesse per cambiare. Basta politicanti decisi a farsi portavoce dei problemi della categoria in tempi di elezioni per poi dimenticarsene sistematicamente il giorno successivo allo spoglio. Basta comunicatori pronti ad indossare le comode felpe con tanto di testo “acchiappa like”, utilissime a fare il pieno di voti alle urne e a lasciare gli elettori con in mano solo un mucchio di promesse infrante. Questa volta, almeno dalle premesse, sembrava fosse diverso. Numerosi rappresentanti sindacali di sigle autonome, provenienti da tutte le regioni d’Italia, si sono uniti e organizzati. Sono serviti tanti mesi di approfondimenti, di studio, di ricerca per giungere finalmente ad una data d’incontro: Roma, Montecitorio 17 aprile 2019.

Dopo tanto impegno e tentativi andati a vuoto, i Lavoratori del comparto possono finalmente rivolgersi ai rappresentanti del Governo e del Parlamento e far sentire la propria voce. Informare le Istituzioni circa i problemi del settore e proporre soluzioni. Una riforma – questo era il progetto – che partisse dal basso, da chi il mestiere lo svolgeva. Uno dei tanti incontri per la politica, una data storica per la vigilanza. Si alternarono al microfono numerosi rappresentanti, decine di addetti ai lavori, tanti Lavoratori che hanno voluto essere lì per raccontare la propria esperienza e apportare il proprio contributo. Gli interventi si susseguirono con ordine, con professionalità. Ognuno era padrone della materia. C’era entusiasmo tra i Lavoratori, si percepiva nell’aria. Il risultato non era scontato. Diversi erano gli Onorevoli interessati all’audizione.

Terminato l’incontro, e visto l’interesse crescente riscontrato a livello nazionale, fu calendarizzato per il 21 maggio 2019 un successivo incontro. Questa volta, un tavolo tecnico che avrebbe coinvolto oltre che le rappresentanze sindacali autonome anche il Ministero dello Sviluppo Economico – in quel momento presieduto dall’On. Di Maio che aveva dato pieno sostegno all’iniziativa. Anche in quell’occasione, numerosi furono gli interventi delle rappresentanze sindacali e notevole fu l’interesse mostrato dai tecnici di Governo.
Gli argomenti furono molteplici e particolarmente sentiti dalle rappresentanze – solo per citarne qualcuno si discusse sull’esigenza di un salario adeguato, con minimali imposti dalla legge, una definizione dello status giuridico per le guardie giurate, necessità di inserire la categoria tra i beneficiari del pensionamento anticipato – al punto che fu comunicato l’impegno del Ministero alla convocazione di un ulteriore tavolo tecnico con il necessario coinvolgimento del Ministero dell’Interno, essenziale per la definizione dello status giuridico che permane in uno stato di incertezza e che vede gli addetti impegnati, sempre più in attività ausiliarie di pubblica sicurezza, ma ancora classificati come “incaricati di pubblico servizio” che per i profani potrebbe essere tradotto in “normale cittadino con porto di pistola” – non me ne vogliano i dotti del diritto. Torniamo per l’ultima volta alla nostra hit di apertura “parole, parole, parole”.

Sono trascorsi ormai due anni, con in mezzo una pandemia che tutto ha stravolto, ma che ha visto gli addetti alla sicurezza – guardie giurate, operatori fiduciari, addetti al portierato o delle agenzie investigative – impegnati sempre più in prima linea nella gestione della crisi pandemica, ma niente è stato fatto. L’incontro con i rappresentanti del Ministero dell’Interno non è mai avvenuto, anzi nessuno dal Ministero ha mai mostrato interesse, e non sono stati programmati altri lavori in merito.
L’agenda dei lavori si è fermata. L’entusiasmo, soprattutto quello di chi per l’ennesima volta ci aveva creduto, si è sgonfiato.

Si scopre, ancora una volta, l’indifferenza delle Istituzioni, degli organi ispettivi, dei rappresentanti del Governo e del Parlamento che dopo quasi un secolo dalla proclamazione del regio decreto prima richiamato non hanno voglia di rimettere mano alla normativa. Forse è più comodo così. D’altronde, un addetto alla sicurezza, che in alcuni casi guadagna meno di 4 euro all’ora torna utile a tanti. Un professionista, a metà tra un ausiliario di pubblica sicurezza e un operaio, è comodo a tutti. I lavori sono fermi, l’agenda è chiusa. Dopo tanto interesse, fiumi di parole dette e scritte e post sui tanti social rimangono ancora una vola “parole, parole, parole…soltanto parole tra noi”.


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GUARDIE GIURATE, LA SICUREZZA E’ SOLO PER IL CLIENTE

Il paradosso di un settore

di Vincenzo LAURICELLA

Da qualche decennio la richiesta di un protocollo di sicurezza condiviso che stabilisca precisi requisiti tecnico operativi e procedure ben delineate per i servizi di vigilanza è a gran voce richiesto da tutto il personale del comparto.

Il settore, come più volte evidenziato, rimane impantanato nei meandri di una normativa inadeguata. È passato quasi un secolo dal debutto della figura professionale della guardia giurata e tante sono state le trasformazioni avvenute nel campo della vigilanza, ma sembra rimanere irrisolto il non trascurabile problema della sicurezza.

Il paradosso di un comparto chiamato a garantirla essendone, in primis, privato.
Le guardie, infatti, hanno affrontato un’evoluzione della loro professione e di conseguenza dei compiti loro assegnati. Una trasformazione che non ha intrapreso un percorso lineare e che non ha comportato una crescente tutela dell’addetto.

Da troppi anni il problema della sicurezza degli operatori della vigilanza privata riempie le pagine dei giornali. Molteplici sono state le aggressioni – più o meno gravi – che hanno coinvolto le migliaia di Lavoratori. Dai semplici alterchi con l’utenza ai reati ben più gravi, emerge sempre di più l’esigenza di proteggere gli addetti del comparto.

A supportare questa evidenza richiamo l’episodio che sto per raccontare. Franco, guardia giurata di un istituto campano, da anni svolge mansioni di supporto alle operazioni di verifica dei controllori del servizio di trasporto operato da Bus Italia nella provincia di Salerno. Il suo compito è quello di vigilare affinché tutte le operazioni di controllo e di incasso dei pagamenti dei ticket di viaggio avvengano in completa sicurezza sia per i dipendenti del vettore sia per i passeggeri a bordo. È di non molto tempo fa la notizia che vede Franco vittima di un’aggressione da parte di un utente.

Durante il consueto giro di verifica dei titoli di viaggio ad opera dei controllori, si è trovato ad intervenire a seguito di un parapiglia innescato da un passeggero che rifiutandosi di mostrare il titolo di viaggio (di cui era probabilmente sprovvisto) passava alle vie di fatto aggredendo con spintoni e calci i malcapitati verificatori. Franco, a quel punto, senza esitare, è prontamente intervenuto per tentare di mettere fine all’aggressione e soccorrere i due controllori alle prese con il violento passeggero. Grazie al suo intervento e a quello dei carabinieri, da lui avvertiti, si è potuto ristabilire l’ordine. Una giornata che Franco ricorderà poiché, invece di concludersi con l’abituale ritorno a casa dopo il lavoro, è prolungata nelle corsie dell’ospedale locale dove è stata sciolta dai medici una prognosi di venticinque giorni per la frattura del gomito causata da uno dei calci sferrati dal combattivo utente.

Sono centinaia le testimonianze come questa che fanno inesorabilmente emergere la necessità di garantire maggiore sicurezza per questi uomini e donne che giornalmente si trovano ad operare in ambienti rischiosi. Tengo ad evidenziare che dai loro racconti ciò che si riscontra non è il rifiuto di svolgere tipologie di servizio affini a quelle descritte, ma solo la richiesta di maggiori tutele.

Gli operatori della vigilanza, infatti, non sono soliti tirarsi indietro davanti al dovere e hanno, anzi, sempre preteso di essere parte attiva del complesso sistema della sicurezza.

I vigilanti, oggi, a differenza di tutte le altre figure impegnate nei compiti della sicurezza, del controllo del territorio e nella repressione dei crimini continuano a svolgere il proprio servizio sprovvisti di qualsivoglia strumento di difesa (se si esclude l’arma in dotazione) e, soprattutto, con metodi operativi inesistenti o inadeguati.

È innegabile che la guardia giurata, prima impegnata unicamente in servizi di tutela del patrimonio, adesso ricopra compiti che sempre più sono riconducibili a quelli di ausilio alla forza pubblica. Ben lontani sono, però, i progressi normativi e procedurali che consentono agli addetti di lavorare in completa sicurezza. Una sicurezza sempre garantita alla clientela e all’utenza, ma dagli stessi addetti desiderata.

Le guardie da garanti della sicurezza diventano soggetti passivi bisognosi di maggiori garanzie.


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ACCORDI DI PROSSIMITA’: quando si vuol fare impresa sulle spalle dei Lavoratori

di Vincenzo LAURICELLA

La vigilanza privata, negli anni, ci ha abituati ad ogni genere di deroga e ad ogni sorta di compressione dei diritti.

La deroga alla normativa sui limiti dell’orario di lavoro è ormai normalità e osservare ogni tipo di elasticità ai limiti e alle tutele applicate al personale della security è prassi.

Non avevo, però, ancora visto tutto. Probabilmente, il settore non finirà mai di stupirmi.

Oggi voglio parlarvi di come un contratto di prossimità scritto “ad arte” possa, di fatto, trasferire gli oneri di dell’impresa sui dipendenti.

Vogliamo svolgere attività di vigilanza privata, armata o disarmata che sia, riducendo sostanzialmente i costi e risultando competitivi sul mercato? Lo vogliamo fare in nome della tutela dei livelli occupazionali?
Nessun problema. Corre in nostro aiuto il contratto di prossimità che si applica estensivamente a tutto il personale in forza. Basta trovare un Sindacato disposto a limitare le tutele, la carriera e il mestiere di centinaia di lavoratori ed è presto fatto.

Il tutto, come sempre, verrà fatto in nome della tutela dei vostri interessi e per scongiurare conseguenze peggiori. Non lo fanno mica per agevolare l’impresa. Sarei un malpensante ad intenderla in questo modo. Il Sindacato dovrebbe essere sempre dalla parte dei Lavoratori. Almeno nella sua primaria accezione.

Per comprendere meglio, però, cosa accade quando un Istituto vuole ribaltare i costi dell’impresa sui propri dipendenti, vi riporto un esempio concreto.

Un esempio di contrattazione di prossimità in deroga al CCNL per la vigilanza privata e armata sottoscritto dal Sindacato CISAL e da alcune Associazioni datoriali al quale è giusto dedicare un approfondimento per comprendere fino in fondo questo intenso lavoro di contrattazione e di deroga.

Inizio dalla retribuzione, aspetto essenziale che da subito sembra tracciare la strada che vuole percorrere questo contratto e il collegato contratto di prossimità.

La paga mensile dei disarmati è fissata in 810,00 euro per 182 ore mensili ordinarie: una retribuzione di euro 4,45 lordi all’ora che si spinge oltre quello già previsto dal CCNL per i Fiduciari sottoscritto da CGIL e CISL che si fermava ai 930 mensili per 173 ore mensili. Quello è stato giudicato incostituzionale più di una volta, figuriamoci questo.

Orario di lavoro medio mensile di 182 ore: un coefficiente che peggiora le 173 ore mensili previste dal CCNL più rappresentativo della triplice. Un peggioramento di 9 ore mensili utile per consentire un assottigliamento ulteriore della retribuzione oraria.

Scatti di anzianità congelati per il periodo di applicazione (tre anni) del presente accordo: il dipendente si trova a non maturare il diritto all’anzianità né potrà richiedere in futuro il pagamento di alcuna somma.

Ore intermedie tra un servizio e l’altro non retribuite: anche se dovesse essere prevista la prestazione del servizio giornaliero presso due clienti diversi, il tempo tra un servizio e l’altro non sarà retribuito.

Permessi annuali soppressi: i permessi sono stati ritenuti superflui e, quindi, rinunciabili. In fondo, lavorare 182 ore medie mensili, con un’articolazione di 6 giorni di lavoro e 1 di riposo, può bastare (secondo azienda e sindacato) per garantire il recupero delle energie psico-fisiche. I permessi possono, quindi, essere aboliti.

Indennità unica: il Sindacato si sarà chiesto perché applicare diverse indennità per le diverse tipologie di servizio quando se ne può applicare una forfetizzata da 3,50 euro. Una sola indennità forfetizzata che comprende ogni tipologia di servizio svolto sia diurno che notturno. Perché distinguere professionalità e rischio quando si può forfetizzare ed erogare un’indennità minore?

Dopo avere esaminato alcuni istituti in deroga, possiamo anche andare oltre proseguendo nella nostra lettura.

Divisa ed equipaggiamento: di norma, anzi storicamente, la divisa nella sua interezza e tutti gli strumenti di lavoro necessari allo svolgimento dei servizi vengono forniti dall’istituto che assume la guardia. Potrà essere di buona fattura o potrà essere di materiale scadente, ma è sempre l’istituto a fornirlo. Anche in questo caso, il Sindacato ha valutato l’opportunità di addossare il costo del vestiario ai lavoratori.  È così che l’art.18 dell’accordo di prossimità ricorda ai dipendenti dell’istituto che tutte le spese di vestiario sono interamente a loro carico. Praticamente, il Lavoratore è chiamato a pagarsi la divisa per lavorare. Ciò avviene anche per il costo dei rinnovi del decreto da guardia e per i titoli di polizia che sono a carico del dipendente. I titoli suono suoi, non vorremo mica farli pagare all’Istituto. Questo, presumo, sia stato il ragionamento a monte di tale decisione.

Insomma, un accordo di prossimità che, come avrete anche voi inteso, assicura un’ampia deregolamentazione dei vostri diritti, ma scritto con lo spirito di aiutare il lavoratore a superare questo momentaneo periodo di crisi che l’istituto di vigilanza vive ormai da diversi anni.

Il Sindacato, in astratto, dovrebbe concordare e sottoscrivere questi tipi di accordo al solo fine di garantire ai lavoratori il livello occupazionale. Tuttavia, personalmente, ritengo che far perdere ogni tutela su retribuzione, permessi, ferie, vestiario, indennità e qualche altra cosa che mi sarà sfuggita, non sia davvero un’azione tutelante. Tutelante per chi?

E poi, se ci pensiamo bene, anche l’Ispettorato del Lavoro ha validato questo accordo che ha ricevuto in deposito. Significa che un Organo Ispettivo e di garanzia lo ha ritenuto valido e applicabile. Quindi, forse, la responsabilità circa l’applicazione di questi articolati accordi non è da attribuire solo all’Istituto e al Sindacato che lo scrivono. È anche, e soprattutto aggiungerei, dell’Organo che lo valida.

Perché se è vero che l’istituto mira al proprio interesse e il Sindacato può non tutelare pienamente i diritti dei lavoratori, un Organo Istituzionale non si può permettere la leggerezza di non andare a fondo alla questione e sviscerare ogni singolo articolo al fine di valutare l’opportunità o meno di validare un simile accordo.

Inizio a credere che la colpa maggiore del declino del settore, non sia solo opera delle parti sociali, ma di chi dovrebbe controllare e si volta, ancora una volta, dall’altra parte.


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ISPETTORATO DEL LAVORO: Dove sei?

di Vincenzo LAURICELLA

Ormai da diversi anni vivo immerso nel mondo della vigilanza. Questo da quando ho scelto di occuparmi, tra le altre cose, di assistere i Lavoratori del comparto.
Un famoso film si intitolava “ogni maledetta domenica” e un allenatore, Mr. Tony D’Amato, doveva combattere contro l’ostile Pagniacci. Io, e tutti coloro che collaborano con me, sanno che preferisco assegnare al lunedì l’ignobile appellativo di “maledetto”.

Ogni maledetto lunedì. Sì, perché nella vigilanza privata è il primo giorno della settimana che mi dirà come andranno i successivi sette.
Quasi sempre, credetemi, il lunedì è maledetto.
Quasi sempre, infatti, la settimana della vigilanza ha inizio con una serie di segnalazioni e denunce che dalla calda Sicilia al meno tiepido profondo nord mi fanno comprendere quanto il settore sia disastrato e quanto poco sia cambiato negli ultimi anni. E se c’è stato un cambiamento, lo registriamo in tendenza negativa.

Iniziamo, dunque, la carrellata di quelli che ormai mi piace chiamare evergreen – intramontabili – problematiche che si ripetono settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno come un moto perpetuo. Inarrestabili grattacapi che ammorbano ogni addetto del settore security che si rispetti. Ma bando alle ciance, scorriamo una breve lista delle problematiche che affliggono il settore e che – come di consueto – non trovano risposta. O meglio, una risposta ci sarebbe, ma per qualche oscuro motivo, non riusciamo ad averla.

Allora, iniziamo con l’intramontabile «mi hanno cambiato tutti i turni della settimana» – aggiungendo «beato te che almeno una parvenza di programmazione l’hai ricevuta» – al «ho richiesto due giorni di permesso da un mese e nessuno mi risponde, ma sarà un mio diritto godere dei permessi? Ne ho almeno 60 da fare», per poi ancora «anche questa settimana mi hanno assegnato tutti turni che iniziano alle 7 e finiscono alle 21», poi ancora «ma possono mandarmi a 90km da casa con la mia auto e dirmi che possono mandarmi dove vogliono?», e ancora «non ho ancora ricevuto lo stipendio e il titolare mi ha detto che possono farlo, perché il contratto aziendale gli dà la possibilità di ritardare i pagamenti» – questa poi è pura fantasia – e infine, ma solo per non stremarvi, «non mi consegnano le buste paga da 4 mesi nonostante le segnalazioni all’Ispettorato».

Ecco, questo è solo un assaggio di ciò che “ogni maledetto lunedì” ci si trova a dover fronteggiare. Ma, questa, non vuole essere una lamentela. Chi sceglie di assistere i Lavoratori di un comparto così complicato ha scelto una strada ben precisa. Sà che i problemi saranno molteplici, che si scontrerà con una normativa del tutto inadeguata, con una contrattazione collettiva obsoleta e che concede carta bianca al Datore di lavoro per quasi la totalità degli aspetti del rapporto lavorativo. Di questo si ha piena consapevolezza nel momento in cui si sceglie di fare questo mestiere. Quello che, però, non ci si aspetta è il menefreghismo delle Istituzioni. Questo no. Non era stato messo in conto.

Nell’immaginario collettivo – e non nego anche nel mio, prima di immergermi fino al capo in questo mondo (perché pantano suonerebbe molto male) – si pensa di poter fare affidamento sul lungo braccio della legge. Ho sempre creduto che “dove non arrivano le parti sociali arrivano le Istituzioni”. In fondo, il mio dogma è sempre stato quello in cui lo Stato vince sempre. Perché ha risorse, uomini e mezzi per farlo. Nulla di più sbagliato. E lo dico con grande rammarico da idealista deluso dallo Stato e dai suoi Organi. Sì Lettore, questa volta devo darti ragione. Non serve a nulla denunciare e non serve a nulla segnalare. Soprattutto, quando ti accorgi che le segnalazioni all’Ispettorato Territoriale del Lavoro cadono in un nulla di fatto e le segnalazioni in Questura sortiscono lo stesso effetto. Allora, io mi domando: Perché? Com’è possibile che ciò accada? Cosa fa inceppare il il meccanismo? Cosa blocca la macchina della giustizia?

Vi faccio il lungo elenco di tutti i miei sogni infranti:

  • 1) 17/03/2020 segnalazione ITL Salerno per irregolarità su cambio di appalto = nulla di fatto;
  • 2) 22/04/2020 segnalazione ITL Torino per lavoratore adibito al lavoro notturno nonostante fruitore della L.104/92 = nulla di fatto;
  • 3) 29/04/2020 segnalazione ITL Salerno per irregolarità su cambio di appalto in servizio sito nel comune di Nocera Inferiore = nulla di fatto;
  • 4) 05/05/2020 segnalazione ITL Ragusa per mancata consegna della Certificazione Unica ad un lavoratore = nulla di fatto;
  • 5) 05/06/2020 segnalazione ITL Salerno per mancata consegna DPI in periodo emergenza Covid-19 su servizio di presidio ospedaliero = nulla di fato;
  • 6) 15/06/2020 segnalazione ITL Salerno per richiesta intervento su irregolarità in materia di salute e sicurezza presso un servizio = nulla di fatto;
  • 7) 07/10/2020 segnalazione ITL Torino per richiesta conciliazione monocratica per mancato pagamento retribuzioni = nulla di fatto;
  • 8) 27/11/2020 segnalazione ITL Salerno per segnalare mancata corresponsione differenze retributive = nulla di fato;
  • 9) 14/12/2020 segnalazione ITL Bologna per mancata consegna tesserini di riconoscimento lavoratori = nulla di fatto;
  • 10) 05/02/2021 segnalazione ITL Torino per lavoratore adibito al lavoro notturno nonostante fruitore della L.104/92 = nulla di fatto.

A queste si aggiungono numerose altre segnalazioni alle quali non è seguito alcun riscontro.

Ora, io mi domando: è un problema di burocrazia e di eccessiva lentezza della macchina istituzionale o c’è del marcio in Danimarca?
Come disse il celebre Totò e, ancor prima, l’illustre Shakespeare? Sapete che vi dico? Che non credo più all’intramontabile scusa della lentezza della burocrazia – troppo facile e qualunquista – ma sono deciso a immergere le mani nel marciume che soffoca, da ormai troppo tempo, la Vigilanza Privata.

C’ero anche io al tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico nel 2019 quando i rappresentanti dell’allora Dicastero fecero emanare la nota a tutte le sedi dell’Ispettorato Territoriale tesa ad intensificare i controlli sugli Istituti di Vigilanza.

Ispettorati del Lavoro d’Italia, dove siete?


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LA PAUSA GIORNALIERA

Modalità operative ed accorgimenti necessari

di avv. Daniela DE BERNOCHI

Caro Lettore, eccoci giunti al secondo numero di questo periodico. Abbiamo visto nella passata occasione la liquidazione dei permessi anno precedente che abbiamo definito come “una mensilità dai più dimenticata” per evocare quello che normalmente accade in ogni rapporto di lavoro: la fruizione dei permessi viene negata in corso d’anno e i permessi rimangono segregati al fondo della busta paga in quanto il Datore di lavoro si dimentica di pagarli a inizio anno. Vedremo, invece, in questo numero un altro argomento altrettanto ostico agli Istituti di Vigilanza Privata: la pausa giornaliera.

Partiremo, per chiarezza, dal dato contrattuale. Cosa prevede, quindi, il contratto collettivo della Vigilanza Privata?

L’articolo 74 disciplina l’argomento in esame prevedendo che qualora l’orario giornaliero giornaliero ecceda le sei ore di servizio ininterrotto la guardia giurata può fruire di 10 minuti di pausa da godersi sul posto di lavoro.

(Art. 74 C.c.n.l. Vigilanza Privata e Servizi Fiduciari)


La pausa – badate bene – dovrà essere interrotta al sopraggiungere di esigenze di servizio che richiedano un pronto intervento della G.P.G.. Non potrete sottrarvi alle vostre mansioni, quindi rimanete sempre in loco e non allontanatevi dal posto di lavoro. Pena, una sanzione disciplinare (anche grave!).

La disposizione collettiva prevede, infine, che le modalità di fruizione della pausa giornaliera debbano essere convenute a livello aziendale e, in ogni caso, nel modo da arrecare minor disagio possibile alla committenza. Cosa significa tutto ciò? Che il Datore di lavoro dovrebbe avere stabilito a livello aziendale – e, quindi, presumibilmente, con i Sindacati – le modalità di fruizione di questi famigerati 10 minuti. Adempimento, quest’ultimo, che difficilmente viene rispettato dagli Istituti di Vigilanza.

Fissare delle regole, infatti, significherebbe doverle rispettare in un secondo momento. Motivo per cui – quasi sempre – alcun Istituto provvede alla relativa regolamentazione.

Sul punto la giurisprudenza è spaccata in due: da un lato coloro che sostengono che dall’inadempimento aziendale in ordine alla regolamentazione derivi automaticamente il pagamento dei 10 minuti a favore del Lavoratore e dall’altro coloro che ritengono che sia comunque onere del Lavoratore dimostrare in giudizio la mancata fruizione dei 10 minuti di pausa.

Quel che è certo è che in determinate tipologie di servizio è materialmente impossibile fruire di questi 10 minuti. Si pensi, ad esempio, al servizio di trasporto valori. Numerose sono, infatti, le sentenze che accordano ai Lavoratori impiegati in detto servizio il pagamento della pausa giornaliera. Sovente accade che il Datore di lavoro elevi delle contestazioni disciplinari al Lavoratore in quanto colto in flagrante mentre pasteggiava ovvero fumava una sigaretta o si godeva un meritato caffè. In questi casi, informatevi in merito all’adempimento del Datore di lavoro in ordine alla disciplina delle modalità di fruizione della pausa giornaliera. Se il Vostro capo non ha provveduto a determinare una specifica regolamentazione sarà sempre possibile dimostrare la vostra buona fede nel fruire dei 10 minuti di pausa – purché siano dieci, mi raccomando – in assenza di specifiche direttive sul punto.

Un’ultima questione: la pausa di 10 minuti decorse le 6 ore di servizio non deve essere confusa con la pausa necessaria per l’assolvimento dei bisogni fisiologici del Lavoratore.

Mi auguro non stiate leggendo questo mio articolo nella Vostra pausa perché – probabilmente – avrete così esaurito il tempo a Vostra disposizione!

Buon lavoro a tutti.


avv. Daniela DE BERNOCHI

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LA PRESCRIZIONE: QUANTO TEMPO PER FAR VALERE I DIRITTI?

di avv. Daniela De Bernochi

Gentile Lettore, nel nostro percorso insieme affronteremo numerose tematiche relative al Diritto del Lavoro, il quale – è a tutti noto – è tanto articolato, complesso e in continua evoluzione da richiedere sempre costanti aggiornamenti ed approfondimenti. Di contro, è innegabile che il Diritto del Lavoro sia il Diritto per eccellenza nella vita di tutti i giorni. È quel Diritto che ti chiama prepotentemente a rapporto in tutte quelle mattinate in cui la sveglia suona troppo presto, le coperte ti implorano di restare ancora un po’ in loro compagnia e l’ultima delle facce che vorresti vedere è quella di quel collega noioso, antipatico e – a volte, ma non sempre per fortuna – sbruffone.

E così, mosso dal senso del dovere e – perché no? da quella passione che i più fortunati ancora nutrono per la loro professione, ti genufletti alle sue regole imperative.
Quali sono i miei obblighi verso il Datore di lavoro?
Quali sono i suoi diritti nei miei confronti?
Ma quel giorno di malattia che non mi hanno retribuito sarà stato un errore?
Posso rifiutarmi di prestare lavoro straordinario?
Questi sono solo alcuni dei mille quesiti che passano per la mente del Lavoratore accorto.

Per gli altri Lavoratori – che con arroganza non si interrogano nemmeno prima di intraprendere strade che li porteranno inevitabilmente ad una caduta rovinosa – non c’è speranza. Tuttavia, caro Lettore, se già stai leggendo questo mio noioso incipit, sei sulla buona strada per rapportati con questo strano mondo del Diritto del Lavoro e al bivio su quel sentiero impervio, quale è il rapporto lavorativo, spero di poterti tendere, un giorno, la mano.

Partiremo quindi oggi con un caposaldo del Diritto del Lavoro: la prescrizione estintiva dei crediti retributivi. È, infatti, inutile discorrere di quali siano i tuoi diritti se non avrai più modo di farli valere. Come si suol dire, ogni lasciata è persa. Bisogna brevemente premettere cosa sia la prescrizione estintiva. Il nostro codice civile attribuisce, infatti, al titolare di un diritto un termine di decadenza per farlo valere (art. 2934 c.c.). Decorso inutilmente detto periodo non sarà più possibile rivendicare le proprie spettanze. Tornando alle regole del mondo del lavoro, la prescrizione dei crediti è quinquennale per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi (art. 2948, n. 4, c.c.), come – ad esempio – le retribuzioni mensili e le differenze retributive più in generale, nonché per le spettanze di fine rapporto (art. 2948, n. 5, c.c.).

La prescrizione dei crediti è quinquennale per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi

(art. 2948, n. 4, c.c.)

Di contro, la prescrizione estintiva è decennale per quei crediti aventi natura risarcitoria o negli altri casi disposti per legge. Un esempio? Il diritto al riconoscimento della qualifica superiore (noti bene il Lettore: il riconoscimento della qualifica e non le differenze retributive scaturenti che, invece, soggiacciono alla prescrizione quinquennale).

La prescrizione estintiva è decennale per quei crediti aventi natura risarcitoria o negli altri casi disposti per legge

Definito l’arco temporale in cui reclamare le proprie prerogative – che siano cinque o dieci anni – va segnalato che il termine di prescrizione si atteggia in maniera dissimile a seconda che il Lavoratore sia stato assunto prima o dopo il 7 marzo 2015. All’infuori del rapporto lavorativo, la prescrizione inizia a decorrere dal momento in cui il diritto può essere fatto valere. In sostanza, quando il soggetto è in grado di rivendicare un proprio diritto si presume essere anche facoltizzato ad azionarlo.

Tuttavia, nel rapporto lavorativo va da sé che il Lavoratore – in virtù della veste di “soggetto debole del rapporto contrattuale” – non sia pienamente in grado di fare valere i propri diritti. Come non pensare alle minacce subite dal Datore di lavoro infastidito e scocciato dalle legittime richieste dei dipendenti. Così, giurisprudenza granitica ha posto rimedio all’impossibilità dei Lavoratori di azionare i propri diritti nel corso del rapporto lavorativo, ma – attenzione! – quanto appena detto non vale per tutti. Per gli addetti più “fortunati” – mi riferisco a coloro assunti prima della nefasta entrata in vigore del contratto a tutele crescenti che ha spazzato via le vecchie tutele in materia di licenziamenti illegittimi (non sempre il nuovo porta innovazione e progresso, purtroppo) – la prescrizione decorre in corso di rapporto di lavoro. Cosa significa? Che dovrete agire ogni cinque anni quantomeno per interrompere la prescrizione. Per voi, infatti, sembrerebbe non valere la regola dello stato soggettivo di debolezza in cui versate. O meglio, se il Datore di lavoro dovesse giungere alla scellerata idea di licenziarvi in conseguenza della vostra azione, l’ordinamento giuridico vi offrirebbe qualche tutela e, forse, la reintegrazione nel posto di lavoro. Utilizzo appositamente il dubitativo, tant’è che le più recenti pronunce giurisprudenziali sembrerebbero volere estendere anche agli operatori assunti prima del 7 marzo 2015 il regime della prescrizione che ci accingiamo ad esaminare.

Quale è, quindi, la regola per coloro assunti dopo detta data?
La prescrizione non decorre in corso di rapporto lavorativo e, pertanto, il termine di cinque anni (o, a seconda delle ipotesi, di dieci anni) inizia a decorrere dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Non dovrete preoccuparvi di interrompere la prescrizione e di entrare in attrito con il vostro titolare.

Per i Lavoratori assunti in precedenza, invece, il personale consiglio è quello di inviare una lettera di interruzione della prescrizione all’approssimarsi dello scoccare dei cinque anni di rapporto (e, badate bene, da rinnovarsi ogni cinque anni con cadenza regolare come quella di un orologio svizzero: un solo giorno di ritardo potrebbe risultare letale).

Seppur vero che i Tribunali iniziano a rimediare agli sfaceli venutesi a creare nel mondo del rapporto di lavoro, nel quale ormai poche sono le certezze pro Lavoratore, altrettanto vero è che qualche sentenza non è in grado di affermare un vero e proprio orientamento. Pertanto, ve la sentireste di giocare a poker con i vostri soldi maturati in anni di duro lavoro? A voi la scelta.

avv. Daniela DE BERNOCHI

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LICENZIAMENTO VIA SMS, E-MAIL O WHATSAPP

Quando può ritenersi legittimo e quando, invece, inefficace?

di avv. Simona Ferrero

In una società sempre più ricca di tecnologie, ogni aspetto della vita quotidiana è destinato a inevitabili cambiamenti.
Tra i contesti più significativamente toccati dalla modernità non si può non menzionare il mondo del lavoro e, in particolare, la gestione dei rapporti con i dipendenti. Qui di seguito ci occuperemo di una prassi aziendale sempre più diffusa, ossia l’utilizzo delle moderne tecnologie – WhatsApp, e-mail, sms – per irrogare il licenziamento al dipendente, e di come la giurisprudenza si sia pronunciata in merito alla legittimità ovvero inefficacia di tali comunicazioni.
Al fine di comprendere chiaramente l’argomento, occorre in primo luogo richiamare brevemente le fonti che disciplinano le modalità di licenziamento. In particolare, l’art. 2, comma 1, della L. 604/1966, prevede che il datore di lavoro debba comunicare il licenziamento per iscritto, a pena di inefficacia dello stesso.

Tale prescrizione è imposta ad substantiam, e rappresenta “elemento certo e costituivo della volontà di recesso”, che, pertanto, deve essere manifestata chiaramente così da evitare dubbi circa le intenzioni rescissorie del datore di lavoro. Non solo: la comunicazione deve altresì essere sottoscritta o, comunque, sebbene non firmata, deve contenere indicazioni tali da eliminare qualsivoglia dubbio circa la sua provenienza.
Al di là della forma scritta, il legislatore non ha però specificato alcunché circa le modalità di comunicazione del licenziamento. Nel silenzio legislativo, è stata dunque la giurisprudenza ad affrontare la questione: partendo dal presupposto che il licenziamento è un atto recettizio, ossia che produce i propri effetti solamente una volta venuto a conoscenza del destinatario, la Corte di Cassazione ha affermato che si debbano considerare valide tutte quelle modalità che comportano la trasmissione del documento scritto nella sua materialità e che diano, pertanto, certezza del fatto che esso sia venuto a conoscenza del lavoratore, nonché del momento di tale conoscenza.

Saranno, dunque, certamente legittimi i licenziamenti intimati mediante la consegna del documento a mani del lavoratore, o a mezzo di incaricati, o ancora mediante raccomandata.
Possono pertanto ritenersi legittimi anche i licenziamenti irrogati tramite e-mail, sms o WhatsApp?

La prima ipotesi è stata oggetto di pronuncia da parte della Corte di Cassazione nel 2017. Con la sentenza n. 29753, ribadendo i principi sopra richiamati, la Suprema Corte ha ritenuto decisiva ai fini della validità del licenziamento la circostanza (soddisfatta nel caso di specie) che l’e-mail fosse effettivamente venuta a conoscenza del lavoratore: ciò può derivare, per esempio, dalla risposta alla mail da parte del soggetto licenziato, oppure dal comportamento di quest’ultimo che abbia comunicato tramite una serie di e-mail ai propri colleghi l’interruzione del proprio rapporto di lavoro.

Quanto al licenziamento intimato via WhatsApp, si richiama l’Ordinanza del 27 giugno 2017 del Tribunale di Catania, il quale ha ritenuto soddisfatto il requisito della forma scritta nel caso di specie. In particolare, come si legge all’interno dell’Ordinanza, “il recesso intimato a mezzo WhatsApp appare infatti assolvere l’onere della forma scritta, trattandosi di documento informatico che parte ricorrente ha con certezza imputato al datore di lavoro, tanto da provvedere a formulare tempestiva impugnazione stragiudiziale. […] La modalità utilizzata dal datore di lavoro, nel caso di specie, appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca, come del resto dimostra la reazione da subito manifestata dalla predetta parte”.

Decisivo è stato, pertanto, il comportamento successivo alla comunicazione adottato dal lavoratore, il quale impugnando stragiudizialmente il licenziamento ha di fatto dato prova della sua avvenuta ricezione.

Considerazioni analoghe a quelle sin qui svolte possono effettuarsi anche con riferimento all’ipotesi di licenziamento comunicato a mezzo SMS. La questione è stata affrontata dalla Corte di Appello di Firenze (Sentenza n. 629 del 5 luglio 2016) che, riformando la decisione sul punto del giudice di primo grado, ha ritenuto che la comunicazione di licenziamento inviata tramite SMS (“purtroppo ci sarà un cambio societario che non mi consente più di avvalermi della tua preziosa collaborazione. Ti ringrazio per il momento e ti auguro il meglio per la tua vita”) integrasse i requisiti di validità prescritti dalla legge. Anche in questa circostanza il lavoratore aveva, infatti, perfettamente recepito la provenienza della comunicazione e il relativo contenuto, tant’è che aveva proceduto alla tempestiva impugnazione stragiudiziale.

Per concludere, richiamando le parole della Corte di Appello di Firenze “il problema del licenziamento intimato a mezzo SMS [ma lo stesso dicasi per il licenziamento intimato a mezzo e-mail o WhatsApp] non è tanto quello, in astratto, dell’esistenza della forma, bensì quello relativo alla questione concreta di avere certezza circa la provenienza dal mittente”.

In tutti i casi affrontati, i lavoratori avevano tenuto comportamenti tali da far presumere la corretta ricezione della comunicazione: al contrario, il problema potrebbe sorgere allorquando i dipendenti licenziati contestassero di aver ricevuto il provvedimento. In assenza della ricevuta di consegna della comunicazione di licenziamento (presente, per esempio, nella raccomandata), il recepimento della stessa potrà essere dimostrato o in virtù di un comportamento tenuto dal lavoratore stesso che faccia intendere la ricezione (es. l’impugnazione del provvedimento, o il messaggio in risposta, ecc.), o per mezzo di una prova che attesti che l’uso degli SMS (o dei messaggi WhatsApp, o delle e-mail) su un’utenza telefonica (o indirizzo informatico) a disposizione del dipendente fosse convenzionalmente e usualmente utilizzato nelle comunicazioni tra datore di lavoro e il dipendente stesso; all’infuori di queste ipotesi, il licenziamento comunicato a mezzo e-mail, WhatsApp o SMS non si può, infatti, dire conosciuto o conoscibile dal lavoratore e, in quanto atto recettizio che si perfeziona solamente nel momento in cui sia venuto a conoscenza del destinatario, è da ritenersi inefficace (Tribunale S. Maria Capua Vetere, 25 settembre 2018).


avv. Simona Ferrero
Laureata a pieni voti in giurisprudenza con tesi in diritto fallimentare, si abilita alla professione di avvocato. Esperta in diritto del lavoro e della previdenza sociale, è titolare e fondatore dello studio “Officina Legale” specializzato anche in diritto agrario.

Fornisce la sua esperienza per rispondere puntualmente alle esigenze dei Lettori.


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GUARDIE GIURATE, LA SICUREZZA E’ SOLO PER IL CLIENTE

IL PARADOSSO DI UN SETTORE

di Vincenzo Lauricella

Da qualche decennio la richiesta di un protocollo di sicurezza condiviso che stabilisca precisi requisiti tecnico operativi e procedure ben delineate per i servizi di vigilanza è a gran voce richiesto da tutto il personale del comparto.

Il settore, come più volte evidenziato, rimane impantanato nei meandri di una normativa inadeguata. È passato quasi un secolo dal debutto della figura professionale della guardia giurata e tante sono state le trasformazioni avvenute nel campo della vigilanza, ma sembra rimanere irrisolto il non trascurabile problema della sicurezza.

Il paradosso di un comparto chiamato a garantirla essendone, in primis, privato. Le guardie, infatti, hanno affrontato un’evoluzione della loro professione e di conseguenza dei compiti loro assegnati. Una trasformazione che non ha intrapreso un percorso lineare e che non ha comportato una crescente tutela dell’addetto.

Da troppi anni il problema della sicurezza degli operatori della vigilanza privata riempie le pagine dei giornali. Molteplici sono state le aggressioni – più o meno gravi – che hanno coinvolto le migliaia di Lavoratori. Dai semplici alterchi con l’utenza ai reati ben più gravi, emerge sempre di più l’esigenza di proteggere gli addetti del comparto.

A supportare questa evidenza richiamo l’episodio che sto per raccontare. Franco, guardia giurata di un istituto campano, da anni svolge mansioni di supporto alle operazioni di verifica dei controllori del servizio di trasporto operato da Bus Italia nella provincia di Salerno. Il suo compito è quello di vigilare affinché tutte le operazioni di controllo e di incasso dei pagamenti dei ticket di viaggio avvengano in completa sicurezza sia per i dipendenti del vettore sia per i passeggeri a bordo. È di poco tempo fa la notizia che vede Franco vittima di un’aggressione da parte di un utente.

Durante il consueto giro di verifica dei titoli di viaggio ad opera dei controllori, si è trovato ad intervenire a seguito di un parapiglia innescato da un passeggero che rifiutandosi di mostrare il titolo di viaggio (di cui ne era probabilmente sprovvisto) passava alle vie di fatto aggredendo con spintoni e calci i malcapitati verificatori. Franco, a quel punto, senza esitare, è prontamente intervenuto per tentare di mettere fine all’aggressione e soccorrere i due controllori alle prese con il violento passeggero. Grazie al suo intervento e a quello dei carabinieri, da lui avvertiti, si è potuto ristabilire l’ordine. Una giornata che Franco ricorderà poiché, invece di concludersi con l’abituale ritorno a casa dopo il lavoro, si è prolungata nelle corsie dell’ospedale locale dove è stata sciolta dai medici una prognosi di venticinque giorni per la frattura del gomito causata da uno dei calci sferrati dal combattivo utente.

Sono centinaia le testimonianze come questa che fanno inesorabilmente emergere la necessità di garantire maggiore sicurezza per questi uomini e donne che giornalmente si trovano ad operare in ambienti rischiosi. Tengo ad evidenziare che dai loro racconti ciò che si riscontra non è il rifiuto di svolgere tipologie di servizio affini a quelle descritte, ma solo la richiesta di maggiori tutele.
Gli operatori della vigilanza, infatti, non sono soliti tirarsi indietro davanti al dovere e hanno, anzi, sempre preteso di essere parte attiva del complesso sistema della sicurezza. I vigilanti, oggi, a differenza di tutte le altre figure impegnate nei compiti della sicurezza, del controllo del territorio e nella repressione dei crimini continuano a svolgere il proprio servizio sprovvisti di qualsivoglia strumento di difesa (se si esclude l’arma in dotazione) e, soprattutto, con metodi operativi inesistenti o inadeguati. È innegabile che la guardia giurata, prima impegnata unicamente in servizi di tutela del patrimonio, adesso ricopra compiti che sempre più sono riconducibili a quelli di ausilio alla forza pubblica.

Ben lontani sono, però, i progressi normativi e procedurali che consentono agli addetti di lavorare in completa sicurezza. Una sicurezza sempre garantita alla clientela e all’utenza, ma dagli stessi addetti desiderata.
Le guardie da garanti della sicurezza diventano soggetti passivi bisognosi di maggiori garanzie.

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RIPOSI, UN DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO

Diritti inviolabili, ma non per tuti

di Vincenzo Lauricella

Ci risiamo. Ancora una volta gli uomini della vigilanza si ritrovano ad essere il fanalino di coda nella corsa ai diritti. Sì, perché anche quei diritti fondamentali, quelli irrinunciabili, quelli che la nostra carta costituzionale tutela e garantisce, non sono alla portata di tutti.

Sicuramente, non lo sono per il personale addetto ai servizi di vigilanza privata.
Vi ho già raccontato nelle precedenti occasioni che gli operatori hanno stipendi da fame, che la loro paga in alcuni casi è incostituzionale, che la figura professionale non è adeguatamente normata e che le leggi che regolano il comparto sono vetuste e quasi centenarie, ma non vi avevo ancora detto che alcuni diritti inviolabili, come il riposo giornaliero o settimanale, sono a loro preclusi o, quantomeno, limitati.

Insomma, questo settore non finirà mai di stupirci. E sapete cosa continuerà a sorprenderci? L’assoluta inadeguatezza di chi è chiamato a contrattare le garanzie delle migliaia di Lavoratori del settore e quella di chi è chiamato a vigilare.

Adesso, però, basta polemiche ed entriamo nel vivo dell’ennesima “vergogna” che investe la vigilanza privata. Parliamo del riposo e dell’inviolabilità di questo diritto (per il resto dei lavoratori). Inizio con richiamare la nostra amata Costituzione. Infatti, i nostri padri costituenti avevano già intuito l’importanza del riposo per il lavoratore al punto da sancire garanzie irrinunciabili già nella fonte di tutte le norme. La nostra Carta, pertanto, dispone che “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Il riposo settimanale è sacrosanto e la sua osservanza deve essere garantita per legge. Peccato che, come spesso accade, a rovinare tutto ci hanno pensato i nostri rappresentanti politici che hanno deciso di applicare alcune deroghe alla normativa sull’orario di lavoro (D.lgs. 66/2003). E in fatto di deroghe il comparto della vigilanza privata non è mai stato secondo a nessuno. Questo perché se c’è da derogare si è sempre in prima linea e se c’è da premiare si è sempre “non pervenuti”. Un gioco che ormai da decenni condanna il settore e lo rilega tra i comparti meno tutelati del panorama italiano.

Tornando alla deroga di cui vi parlavo prima, il legislatore (che, di certo, di vigilanza privata ben poco ne mastica) ha inserito il nostro amato settore tra le categorie escluse dall’applicazione della disciplina – che impone chiari limiti agli orari di lavoro e detta precise indicazioni sui riposi. L’art. 3 rubricato “campo di applicazione” toglie ogni spiraglio di tutela disponendo che “Le disposizioni del presente decreto non si applicano […], altresì, […] agli addetti ai servizi di vigilanza privata”. Cosa significa? Semplice, che tutto il complesso normativo di tutele e indicazioni circa i limiti allo straordinario, le tutele in materia di pause durante i turni di lavoro, i limiti all’orario di lavoro notturno e le prescrizioni circa il riposo giornaliero e settimanale sono state demandate alla contrattazione collettiva. Avete capito bene. Elementi essenziali che afferiscono alla tutela dei diritti fondamentali e strettamente connessi alla salute dei Lavoratori sono stati rimessi al contratto collettivo nazionale scritto dalle Parti. Cioè dalle parti datoriali che, di certo, non sono state lì ad arrovellarsi per costruire un impianto di tutele necessarie a colmare le lacune scaturite dalla deroga alla normativa europea e nazionale e dai Sindacati, quelli che hanno partecipato al confronto, ma che sicuramente erano troppo impegnati a smantellare le poche tutele che ancora precariamente rimanevano in piedi come reminiscenze del vecchio contratto.

Per non annoiarvi con queste valutazioni, strettamente personali, ma supportate da incontrovertibili evidenze, voglio entrare ancora più nel dettaglio. Perché i Lettori e i Lavoratori hanno il diritto d’informazione – almeno questo, per il momento, è salvo e non prevede deroghe né è stato lasciato alla contrattazione di settore.


Tornando all’argomento principe, è utile prima spiegare cosa è il riposo e poi raccontarvi cosa hanno combinato quei “birbantelli” che per comodità chiameremo con l’abusato e immeritato termine di “Parti Sociali”, anche se da tempo mi domando a quale socialità si riferisca il titolo.

Iniziamo con il “riposo giornaliero”: È quel lasso di tempo minimo che deve intercorrere tra la fine di un turno di lavoro e l’inizio del successivo. Il riposo minimo garantito per legge è di n.11 ore. E già qui inizia la prima, ulteriore, deroga. Perché sappiate che una regola ha sempre un’eccezione e nella vigilanza anche più di una. La prima è proprio a questo “minimo” garantito. Infatti, la contrattazione collettiva (art. 72) prevede che “Al fine di non esporre i beni pubblici e privati oggetto di vigilanza a gravi rischi […] al lavoratore potranno essere assegnati per un numero di volte non superiore a 12 nel corso dell’anno solare, riposi giornalieri di durata non inferiore a 9 ore”. Avete capito bene? Il riposo potrà essere compresso fino a 9 ore. Tranquilli, non potrà essere ridotto per più di 3 volte al mese e non più di 12 volte all’anno. Allora, aggiungerei, “siamo in una botte di ferro”.
Non siate così contrariati, perché non è finita qui.

Infatti, le nostre amate “Parti Sociali” di cui vi parlavo prima, non del tutto soddisfatte di aver già minato il sistema di tutele, hanno deciso di riunirsi ad un tavolo e azzardare di più. Volevano puntare più in alto, oserei dire al cuore di questa tutela o forse al cuore delle guardie. Allora, con i loro completi ben stirati e con le loro numerose ore di sonno alle spalle – di certo non hanno mai indossato una divisa né hanno provato il brivido di dormire solo quattro ore tra un turno e l’altro – riunendosi ancora una volta nella stanza dei bottoni hanno partorito un accordo meraviglioso: un’ulteriore deroga alla normativa in deroga. Un vero e proprio capolavoro!

Quindi, i rappresentanti delle Associazioni Datoriali e le segreterie di FILCAMS CGIL e FISASCAT CISL hanno deciso che le 12 volte già previste in un anno erano troppo limitative della libertà di disporre del sonno e della salute delle guardie e hanno determinato di concedere agli istituti di vigilanza fino a 48 occasioni all’anno per comprimere il riposo fino a 9 ore. Un tripudio di tutele e garanzie per i Lavoratori rappresentati.
Quindi, ricapitoliamo, perché la matematica non è un’opinione. Le settimane che compongono un anno solare sono 52. A queste togliamo almeno le 2 settimane di ferie garantite dalla legge (speriamo ancora per molto), residuano n. 50 settimane.

Allora, significa che le “Parti Sociali” hanno previsto che se un lavoratore si limitasse a fruire in un anno delle sole ferie minime garantite (tralasciando i 20 giorni di permesso ed eventuali assenze per congedi, maternità, possibili malattie) potrà vedersi comprimere il riposo giornaliero per quasi 1 giorno a settimana per l’intero anno. Per fortuna, questa deroga alla deroga ha registrato solo un breve passaggio e poi ha terminato la sua corsa (15 maggio 2014 – 31.12.2015). Come vi ho anticipato all’inizio di questo articolo, stiamo pur sempre parlando di un settore che osserva i diritti sempre da lontano.
Dopo aver discorso del riposo giornaliero e dei tentativi da parte dei nostri rappresentanti di minare le poche garanzie residue, è giunto il momento di passare al riposo settimanale. Tutela parimenti indebolita dalla contrattazione collettiva che in quanto a disintegrazione dei diritti dei lavoratori non sbaglia un colpo.
Il riposo settimanale è quel lasso di tempo che deve intercorrere tra la fine dell’ultimo turno della vostra settimana lavorativa e l’inizio del primo turno della nuova. La normativa prevede che questo periodo non possa essere inferiore a n.35 ore (11 ore di riposo giornaliero da sommare a 24 di riposo settimanale).

35 lunghe ore che permetteranno al Lavoratore di recuperare le energie psico-fisiche impiegate nel corso della settimana e che dovranno essere rigenerate per affrontare la nuova. Tutto bene fin quando, anche in questa occasione, le “Parti Sociali” non ci hanno messo lo zampino. Vediamo insieme quale altro trucco hanno tirato fuori dal cilindro.

L’art.73 del nostro contratto, infatti, ha ancora previsto che “In relazione all’esigenza di non esporre comunque i beni pubblici e privati oggetto di vigilanza a gravi rischi, si conviene che il personale può essere chiamato per esigenze di servizio a prestare la propria opera nei giorni di riposo settimanale e che, il periodo di riposo di 24 ore consecutive da cumulare con il rispose giornaliero di 11 ore, possa essere ridotto”.
Che cosa significa? Come sempre corro in vostro aiuto. Significa che il riposo previsto è di n.35 ore complessive, ma che potrà essere ridotto. Esatto, avete inteso bene ancora una volta: potrà essere ridotto, ma i nostri cari rappresentanti non hanno pensato di completare la norma prevedendo un limite alla possibile di compressione.

Allora, la domanda sorge spontanea: di quanto può essere ridotto? Fino a che punto? No, non scervellatevi. Ho pensato io a porre la domanda ad un funzionario di una delle sigle firmatarie di questa porcheria di contratto e non mi ha dato alcuna risposta.

Concludo dicendovi che anche la magistratura giudicante ha incontrato non poche difficoltà ad interpretare un contratto scritto male e applicato peggio che lascia enormi spazi all’interpretazione e alla manipolazione delle disposizioni. Tanto è vero che è stato necessario ricorrere in Cassazione al fine di chiedere un’interpretazione ultima della norma sul riposo giornaliero e sul riposo settimanale.

Serve mettere un punto fermo in questa palude normativa nelle quale migliaia di guardie si trovano ad operare e finiscono per rimanere al guado. Signori, vi lascio con una riflessione che so essere di tanti: questi buchi normativi, questa poca chiarezza, questo non voler prendere mai posizioni nette, questo non definire limiti è frutto di una scarsa preparazione di chi vi rappresenta o forse c’è dell’altro? Per il momento, una sola cosa è lampante: i diritti non sono per tutti.

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La Recensione: BASTONE TELESCOPICO

TACTIC 580 by Defence System

di Luca Radiosi

TACTIC 580

La questione dei bastoni estensibili ha da sempre rappresentato una problematica delicata. Sebbene molto utili per la difesa personale, questi strumenti risultano essere catalogati come “armi” e, quindi, non omologati per il libero porto o utilizzo per la difesa personale.

Tutti tranne il Tactic 580, il primo bastone estensibile omologato dal Banco di Prova di Brescia, con protocollo n°195-2016/BAL-AG/VP D.Lgs. Nr 121/2013.
Quest’ultimo non è ritenuto un’arma e, pertanto, è oggetto di libera vendita e libero porto.

Ci tengo a precisare che l’utilizzo dello stesso, se non utilizzato al fine della difesa personale, può violare, comunque, una serie di norme. Il Tactic 580 è stato progettato e prodotto da un’azienda italiana e viene distribuito in esclusiva dalla Defence System S.r.l. di Modena.

Ho testato per voi questo articolo ed ora ve lo presento.
L’articolo è contento in una confezione cilindrica trasparente al cui interno troviamo altresì due documenti (FIG. 1-2-3)

Il primo, costituisce un attestato di legittimazione al porto da presentare alle Forze dell’Ordine in caso di verifica. Questo è necessario per poterlo distinguere dagli altri articoli similari vietati. Viene così definito come “strumento multifunzionale di sicurezza in quanto distanziatore da possibili minacce o offese fisiche“.

Il secondo foglio, invece, racchiude la scheda tecnica completa, compresa di “Caratteristiche ecniche’’ e indicazioni di ‘’Utilizzo’’, “Test banco nazionale di prova” e “Garanzie di sicurezza”.

Passiamo adesso ad un esame più specifico del prodotto. Esaminiamo insieme le caratteristiche tecniche. I materiali impiegati nella costruzione del Tactic 580 sono il nylon e la fibra di vetro, che conferiscono al prodotto leggerezza e robustezza. Il suo peso dichiarato è di 226 grammi, circa 250 grammi in meno di un telescopico non legale costruito in acciaio. È composto da tre segmenti i cui diametri vanno dai 10.6 mm fino a 18 mm. La lunghezza del bastone esteso misura 580 mm contro i 280 mm da chiuso (FIG.4).

Al fondo del manico è presente un tappo removibile, la cui filettatura è compatibile con accessori molto utili, come la torcia tattica, oppure un tool utile per il soccorso stradale, munito di frangi vetro e un taglia cinture, che non abbiamo attualmente in prova, ma che sono presenti nello store del rivenditore. Vi segnalo che non è compatibile con accessori di altre marche, in quanto munito di filettatura esterna e non interna. È prodotto in due colori: nero e bianco, così da potersi adattare alle buffetterie di tutti i corpi di Polizia e Istituti di Vigilanza.

Al tatto la parte impugnabile risulta essere “plasticosa”, ma mai scivolosa grazie alla presenza di crescenze cilindriche antiscivolo efficaci anche con l’utilizzo di guanti in pelle o tattici. Avrei preferito l’antiscivolo più tattile di tipo gommato in quanto nel test che ho effettuato colpendo un sacco da boxe nelle serie ripetute e a mano nuda risultava essere un po’ fastidioso, specie verso il tappo sul fondo assai spigoloso.

test flessibilità/resistenza

La punta risulta essere a flessibilità controllata che, grazie all’assorbimento d’urto è in grado di trasferire l’energia in modo sicuro, senza causare danni a una struttura ossea (FIG.5).

Sebbene non lo abbia risparmiato in fatto di colpi al sacco non ha riportato alcun danneggiamento. Evidenzio che testando in passato prodotti non legali, costruiti in acciaio e di fascia non economica, gli stesi hanno riportato dei danneggiamenti come il piegamento tra il secondo e il terzo stelo.

Per quanto riguarda l’integrazione con le comuni uniformi di lavoro, il Tactic 580 risulta essere quasi totalmente compatibile non numerosi “foderi” tattici o in cordura (FIG.6). Quello ricevuto per il test (Euro Security Products) è risultato essere ottimale per il porto e adattabile a molti cinturoni poiché regolabile. Risulta, inoltre, di tipo rotativo (360°) conferendogli un’ottima portabilità anche nel caso dell’applicazione di una luce a led. Il cinturino con bottone a pressione garantisce una rapida estrazione e ne conferisce sicurezza anche nelle attività fisiche più intense.

Alloggiato in un modello Vega Holster a ‘’ritenzione automatica’’ e, quindi, privo di laccetto di sicurezza risulta avere poco attrito con la custodia con il rischio di possibile smarrimento.

Consiglio quindi di provare il prodotto presso un rivenditore per valutarne la compatibilità con l’attrezzatura in vostro possesso. Mi sono trovato molto bene, anche con il classico fodero in cordura più sobrio e meno visibile, che garantisce comunque un’ottima presa in caso di utilizzo.

Concludiamo il nostro test con le ultime valutazioni in ordine al rapporto qualità/prezzo.

Il costo varia dai 50 ai 70 euro circa, in base al rivenditore. Potrebbe risultare costoso a primo impatto, ma bisogna valutare il costo in relazione alla circostanza che, ad oggi, risulta essere l’unico prodotto di libera vendita e porto così come dichiarato dalla stessa Defence System.

In conclusione, il bastone estensibile può rivelarsi uno strumento utile per tutti gli operatori della sicurezza. Sebbene ritengo sia, comunque, necessario frequentare un corso di formazione specifico per un corretto utilizzo.

Utilizzate con attenzione i vostri strumenti non confondendo la circostanza che il porto sia legale con il fatto di poterlo utilizzare arbitrariamente. Varranno sempre le regole del codice penale in materia di legittima difesa ed il principio di proporzionalità tra offesa e difesa.

Alla prossima recensione.

Vi segnaliamo, in particolare, che il porto del bastone telescopico per il personale adibito ai servizi di vigilanza privata è soggetto ai regolamenti emanati dalla Questura e dalla Prefettura competente per territorio.

Di norma, salvo diversa previsione, NON è consentito il porto di strumenti ed oggetti diversi da quelli previsti e autorizzati dall’Istituto di Vigilanza.

La divisa, la relativa buffetteria e l’utilizzo di altri strumenti sono soggetti ad espressa autorizzazione da parte degli Organi competenti.

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LA VESTIZIONE: Aspetti psicologici

di Luca Radiosi

Vi siete mai chiesti quanto sia importante l’aspetto psicologico della preparazione al lavoro? Vediamone insieme qualcuno. Partiamo dal presupposto che ogni supereroe necessita di un “costume” che possa dividere la sua vita privata dal momento in cui è chiamato a dover proteggere il prossimo.

Ogni componente ha la sua importanza, che sia lo scudo per Capitan America, il mantello per Superman o una semplice maschera per Flash. Così come loro, anche noi durante la preparazione dobbiamo essere sicuri di avere ogni componente del nostro “costume”: dalla torcia, allo spray antiaggressione, ai guanti, all’arma e a tutti gli altri elementi pensando che, come nelle migliori squadre, nessuno andrà lasciato indietro.

Mentre chiamiamo a raccolta tutto il necessario, inizia anche la nostra importante ed essenziale preparazione psicologica durante la vestizione. Dobbiamo iniziare a prendere coscienza del fatto che una volta usciti dalla nostra abitazione, la nostra divisa ci porterà ad essere per tutti una figura professionale percepita come punto di riferimento in qualsiasi situazione. In ognuno di questi possibili contesti dovremo agire secondo le nostre competenze, evitando di intervenire in situazioni che siano oltre le nostre capacità e i nostri ambiti di competenza. Prendiamo come esempio un sinistro stradale che vede coinvolti dei feriti. In questo caso mi appresterò in primis a chiamare i soccorsi e successivamente, sé e solo sé le mie competenze lo permettono, inizierò a prestare soccorso alle vittime o a gestire la viabilità sulla strada mettendo in sicurezza l’area e agevolando l’arrivo dei soccorsi. Deve maturare in noi la consapevolezza di dover controllare l’istinto di sopravvivenza per lasciare spazio alla razionalità che dovrà prevalere nelle situazioni di pericolo. Infatti, il primo pensiero di chiunque si ritrovi coinvolto in un evento critico, è quello di fuggire e di allontanarsi dalla zona di rischio. Mentre noi, con la nostra professionalità, come i salmoni che risalgono il fiume contro corrente dovremo contrastare detto istinto andando alla ricerca della fonte del pericolo per neutralizzarlo.

Passiamo ad un altro curioso aspetto. Uno studio statistico effettuato negli Stati Uniti ha rilevato che ¼ delle forze dell’ordine, chiamate ad intervenire in situazione di forte stress, ha avuto reazioni fisiologiche incontrollate. Questi aspetti, di cui si parla ben poco, rivestono, invece, una grande importanza e meritano un approfondimento. Certo, non fanno macho, ma così è. Sono reazioni normali del nostro corpo sottoposto a forte tensione. Per questo motivo, gli addestratori delle squadre speciali consigliano sempre di fare un salto ai servizi prima di iniziare il proprio turno di lavoro, soprattutto per il fatto che, dopo lo choc e l’inconveniente dei pantaloni bagnati, come non sarà possibile sospendere un eventuale conflitto a fuoco o un inseguimento.

Adesso, torniamo a noi e al nostro mestiere di vigilante. È giunta l’ora di attivare tutti i sensi e mantenere alto il livello di attenzione: prima, durante e soprattutto dopo ogni momento di pericolo. Perché, badate bene, per citare il grande Napoleone Bonaparte: “Il momento di più grande vulnerabilità è l’istante dopo la vittoria”. È nel momento in cui abbassiamo la guardia e pensiamo di aver vinto lo scontro che siamo completamente a nudo.

Esaminiamo la fase in cui, una volta pronti, inizieremo il nostro servizio. In quell’istante si attiverà quello che in gergo è chiamato “effetto bilancia” fisico e verbale. Saremo chiamati a controllare la nostra irruenza in caso di scontro fisico e a misurare il nostro linguaggio in caso di conflitto verbale. Non avremo il tempo di pensare, dovremo reagire d’istinto e avremo a disposizione una frazione di secondo per compiere la nostra scelta. Al contempo, indipendentemente da quale sia il luogo che siamo chiamati a vigilare, dovremo sempre assicurarci di conoscere tutti gli aspetti più importanti: la posizione delle uscite di sicurezza, la posizione degli estintori nell’area a noi assegnata, quella degli interruttori di emergenza, del luogo di custodia del defibrillatore se presente e così via. In caso di necessità, ricordatevi che il tempo a nostra disposizione per reperire tutte queste informazioni sarà limitato. Pertanto, dovremo essere capaci di prepararci preventivamente per essere pronti in caso di emergenza.

Un efficiente addetto alla sicurezza, per distinguersi dalle persone comuni, dovrà essere capace di passare rapidamente in rassegna tutti questi aspetti e adattarli a tutti gli scenari possibili che potrebbero presentarsi. Potremmo essere chiamati ad intervenire e prestare soccorso in caso di incidenti sul lavoro, potremmo ritrovarci a prestare servizio in un luogo in cui è stato commesso un delitto, una rapina o un furto. L’operatore dovrà essere in grado di districarsi anche in casi più complessi come, ad esempio, una catastrofe naturale (allagamenti, frane, terremoti) nella quale potrebbe essere coinvolto nella ricerca di persone disperse, oppure in casi più comuni come gli alterchi con l’utenza durante tanti altri servizi in cui l’operatore è spesso adibito. Potrebbe operare in ambienti di lavoro più specifici, come all’interno di un aeroporto, di una stazione, di un supermercato, di una fabbrica, di un museo, di un’ università, ecc.

Lo so che possono sembrare situazioni surreali o lontane dal nostro quotidiano, ma dobbiamo sempre essere pronti ad intervenire con la massima professionalità e determinazione. Il nostro intervento potrebbe risultare prezioso, se eseguito con competenza e precisione.

Dobbiamo, quindi, abbandonare la comune considerazione che i pericoli sono sempre distanti da noi e sfatare il luogo comune del “figurati se succede a me”. Come gli sportivi impegnati in sport di contatto si allenano costantemente provando e riprovando le differenti tecniche di attacco e di difesa in vista di un importante match, dobbiamo anche noi allenarci ad essere sempre pronti e reattivi in caso di pericolo.

Passiamo adesso ad un aspetto da quasi tutti sottovalutato, ma che riveste, invece, un ruolo psicologico fondamentale: il saluto. Sì, lo so cosa ti stai domandando: “il saluto? Ma cosa c’entra il saluto con la preparazione psicologica durante la vestizione?” È molto importante salutare i nostri cari prima di uscire di casa. È fondamentale per evitare la comparsa di effetti post-traumatici nella malaugurata ipotesi in cui dovesse accaderci un incidente sul lavoro. Siete ancora perplessi, è vero? Pensate sia un aspetto secondario e forse banale, ma vi assicuro che non lo è. Quindi, salutate sempre la vostra famiglia, vostra moglie, vostro marito, i vostri bambini, mamma e papà. Date a tutti un bacio e rassicurateli del vostro amore ogni giorno. Fatelo sempre. Anche se siete nel pieno di una litigata, o se siete allergici ai sentimentalismi, non importa. Fatelo. Ognuno di questi punti, elencati in questo scritto, va ripetuto giornalmente e indipendentemente dal tipo di servizio che andremo a svolgere e per quanto tempo lo stesso ci impegnerà.

Adesso, è il momento di parlare del nostro ritorno a casa. Quando la giornata di lavoro volge al termine e facciamo ritorno tra le mura domestiche. È quindi il momento della svestizione, quella psicologica. Un momento, altrettanto importante, che ci permetterà di andare a dormire tranquilli, facendo diminuire piano piano l’adrenalina, la stanchezza, la tensione frutto del nostro impegno. Quindi, quando sarete ritornati a casa con indosso la vostra divisa, ripercorrete a ritroso ognuno dei punti prima descritti. Sarà un percorso necessario per passare nuovamente dalla condizione di guardia a quella di riposo che sicuramente vi sarete meritati dopo un’intensa giornata d’impegno.

Non sottovalutate questi passaggi. All’apparenza semplici, per alcuni superflui, ma che hanno il chiaro obbiettivo di distinguere psicologicamente i momenti della nostra giornata tra la sfera privata e quella lavorativa.

È il momento di togliere il mantello, svestire i panni da supereroe e riabbracciare i vostri cari. Alla prossima.

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VIGILANZA IN EUROPA

Differenze e affinità tra gli Stati

di Sonja Desole

Quante volte vi sarà capitato di parlare dei colleghi guardie giurate che svolgono la loro attività nel resto d’Europa? Tantissime volte, almeno a me personalmente è capitato. Il più delle volte al rientro dalle vacanze. I commenti sono stati: ”In Spagna i colleghi guadagnano più di noi, stanno meglio e sono equiparati alla Polizia!”; “Ad Amsterdam si vede che hanno più potere!”; “Di sicuro guadagnano il doppio di noi!” e chi più ne ha, più ne metta.

Per comprendere se questi commenti siano solo il frutto di un generico qualunquismo, ho svolto una ricerca sull’argomento, con l’intento di approfondire l’aspetto economico e la formazione delle altre guardie giurate in Europa.

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LODE ALLO “YES MAN” IN DIVISA

UN UOMO DA RINGRAZIARE

di Claudio Veltri

Vi ruberò solo cinque minuti, anche meno. Ma vi prometto che saranno irriverenti, senza filtri e senza peli sulla lingua. Oggi parleremo dello YesMan in divisa. Una figura mitologica che ogni Guardia conosce. Si annida in ogni Istituto. Un ingranaggio fondamentale per far funzionare al meglio ogni ufficio sevizi. Il Jolly per ogni situazione. L’uomo-ovunque!! Un “Male” necessario. Spesso camuffato da anti-aziendalista. Insospettabile. Simpatico alla macchinetta del caffè, spesso vi offre la colazione. Si lamenta dei turni troppo lunghi. Chi non ha mai sentito la solita lamentela “chiamano sempre me”, “non riposo da 2 mesi”. Queste cose fanno arrabbiare i meno attenti. Noi invece siamo qui per ringraziarlo.

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FRANCO DELLA CORTE

Una storia da non dimenticare

di Vincenzo Lauricella

La tipica giornata in Redazione è caratterizzata da ininterrotte ricerche d’informazione. Il cursore del mouse scorre frenetico tra decine di pagine internet e centinaia di link. Aggiornamenti sui contratti di categoria – da anni scaduti, le novità del settore, le evoluzioni giurisprudenziali, i comunicati stampa delle Parti Sociali e delle Istituzioni. E poi un’ampia pagina di cronaca. Assalti, aggressioni, omicidi. Crimini contro il personale impegnato a garantire la sicurezza: gli addetti alla security. Vittime di questi vili attacchi sono spesso le Guardie Giurate. Procedo ancora nella mia ricerca vagliando le parecchie pagine di cronaca quando la mia attenzione è catturata da un articolo in particolare:

Vigilante ucciso, la figlia Marta si laurea in Giurisprudenza con 110 e lode: “Ho promesso giustizia a papà”.

Due foto riempiono lo schermo. Una più datata con l’immagine di un uomo in uniforme da GPG e l’altra, più attuale, mostra l’immagine di una ragazza, che sorride con il capo ornato dalla tipica corona di alloro. Una dottoressa in legge. Una donna rimasta orfana di padre troppo presto e che ha deciso di non mollare, nonostante la tragedia che ha investito la sua famiglia. Ha continuato a lavorare duramente per ottenere un ambito traguardo che aveva promesso al padre. Lui non potrà starle accanto in questo felice momento, ma a lui è dedicato questo istante. Voglio saperne di più. I nomi negli articoli non possono rimanere solo un elenco di vittime. Nomi che saranno presto dimenticati come le loro storie e che lasceranno il posto ad altre foto e ad altri brevi passaggi tra i notiziari. Morti sul lavoro, morti violente che diventano quasi normali. Ogni nome rappresenta una famiglia e il suo dolore. Ogni volto ha una sua storia che va raccontata. Questo è il mio impegno. Allora, voglio conoscere di più in merito a FRANCO DELLA CORTE e voglio sapere di più dalla dott.ssa MARTA DELLA CORTE e di ciò che è accaduto quel tragico giorno e anche dopo. Quando l’interesse dei media cala, si spengono i microfoni, si chiudono gli articoli e si passa al prossimo fatto di cronaca.

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PORTO DI SALERNO: quale sicurezza?

TURNI DI 15 ORE E ASSENZA DI SERVIZI IGIENICI

Porto di Salerno

di Vincenzo Lauricella

La storia che sto per raccontarvi parla del Porto di Salerno. Da tutti considerato tra i porti più importanti d’Italia e tra i più efficienti d’Europa. Con un transito di 865.000 passeggeri l’anno e con oltre 14 milioni di tonnellate di merci transitate all’interno del suo sedime rappresenta uno scalo cardine del Mezzogiorno: l’autostrada del mare. Per non dimenticare l’importanza turistica che lo vede capolinea della “via del mare” che lo collega all’amata Costiera Amalfitana. Insomma, un vero e proprio gioiello per la ridente città di Salerno. Ora, invece, vi illustro quali sono le regole che vigono nella gestione della sicurezza di siti così sensibili.

La peculiarità del servizio impone il rispetto di tutta una serie di standard qualitativi puntualmente disciplinati dal D.M. 154/2009. Tant’è che gli addetti devono essere certificati.

l’addestramento delle guardie giurate per operare nei porti richiede “una maggiore specializzazione delle stesse, a tutto vantaggio di una sicurezza di più alto profilo

Adesso, è giunto il momento di far calare il sipario e di svelare la triste realtà.

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CRONACA: ASSALTATO FURGONE PORTAVALORI A MELITO

TRASPORTO VALORI: Ancora una volta preda di criminali

immagine di repertorio

Ancora una volta sale agli onori della cronaca il servizio di trasporto valori. L’ennesimo assalto è stato portato a termine lunedì scorso – 25 gennaio – in provincia di Napoli.

Siamo a Melito, Comune della Provincia del capoluogo partenopeo, dove erano appena trascorse le otto del mattino quando alcuni uomini armati e a volto coperto hanno portato a segno una rapina ai danni di un furgone portavalori. I balordi hanno atteso il momento dello scarico del contante, destinato all’ufficio postale di corso Europa, e una volta disarmato uno dei membri dell’equipaggio – sotto la minaccia di un fucile – si sono dati alla fuga. Per fortuna, nell’assalto non è stato registrato alcun ferito. Il bottino ammonterebbe a circa 40.000 euro. Sull’episodio stanno indagando gli uomini dell’Arma dei Carabinieri della Compagnia di Marano.

L’ennesimo attacco ai danni delle guardie che operano in questo delicato ramo della vigilanza privata. Un settore sempre più scrutato delle bande criminali alla ricerca di facili guadagni.


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PREVIDENZA: Assegno per il Nucleo Familiare (ANF)

LA TUTELA PREVIDENZIALE DELLA FAMIGLIA

dott.ssa
Tiziana LAURICELLA

E’ questione nota a noi tutti che il sostegno alla famiglia è una delle basi fondamentali delle prestazioni previdenziali. L’art.31 della Costituzione Italiana, infatti, recita “La Repubblica deve agevolare con misure economiche ed altre provvidenze la formazione della famiglia”. Non solo! L’art. 36 della nostra carta costituzionale dispone che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma quale è la fonte normativa di riferimento? Il sistema di corresponsione dei trattamenti di famiglia per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti è oggi disciplinato dal D.L. n.69/1988 che ha introdotto l’Assegno unico per il nucleo familiare (ANF) in misura differenziata in rapporto al numero dei componenti e al reddito del nucleo familiare stesso.

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BRUMOTTI, NON SONO D’ACCORDO!

Sonja DESOLE

Qualche giorno fa, spinta dalla curiosità stimolata dai discorsi animati di alcuni colleghi, mi sono precipitata su YouTube alla ricerca del video di Vittorio Brumotti girato per “Striscia la Notizia”.

Brumotti, ormai famoso per le sue incursioni e le indagini spesso “scomode” che porta avanti con estremo coraggio e determinazione, è intervenuto ai danni di alcune guardie giurate che, nello svolgimento di un servizio di portavalori, invadevano gli spazi riservati al parcheggio dei disabili all’interno del parcheggio di un centro commerciale in Lombardia.
Con il consueto fare ironico faceva fare agli autori del maldestro parcheggio una bella figuraccia!


Come non ricordare l’ormai famoso e temuto pupazzetto che l’irriverente Brumotti posiziona sulle vetture dei malcapitati che si rendono colpevoli di condotte poco lodevoli: parcheggio con il talloncino disabili, ma senza il disabile a bordo, soste sugli spazi riservati ai disabili per fare una “commissione veloce”, queste sono solo alcune delle vittime dell’impavido inviato di striscia che, giustamente, rivendica l’uso corretto di quegli spazi e costringe il trasgressore ad un maggior rispetto delle regole.

Tra i furbetti del parcheggio “selvaggio”, questa volta, c’è l’autista di un furgone porta valori che, in attesa del ritorno dei colleghi, durante lo scarico dei valori, sostava in una zona riservata ai mezzi per disabili.

Probabilmente, perché appartenente alla categoria delle guardie, non ho potuto, questa volta, che parteggiare per l’indisciplinato collega. Concordo con Brumotti, non è corretto sostare sui parcheggi dedicati ai disabili – lo dice il codice della strada oltreché il buon senso civico, ma questa volta no, non concordo. E non per spirito di cameratismo, ma perché il caso in questione, consentitemelo, è ben diverso e merita una riflessione più approfondita. Il momento della discesa o della risalita sul furgone rappresenta il momento più rischioso per l’equipaggio che svolge il servizio in questione. E’ in questo momento che il mezzo e gli operatori sono maggiormente vulnerabili e possibile vittime di eventi criminosi.
L’operazione deve avvenire nel minor tempo possibile e le distanze, tra furgone e punto di ritiro o consegna sono determinanti.

Nelle nostre frenetiche giornate, dettate da tempi sempre più stretti, di corsa tra un impegno e l’altro, non facciamo caso ad alcune cose che diamo ormai per scontate. Ad esempio, quello della disponibilità del contante che, all’apparenza banale, nasconde un meccanismo estremamente complesso e che richiede giornalmente – a livello nazionale – lo sforzo di migliaia di operatori. Tutte le banconote, monete e valori movimentati all’interno dei confini del nostro Paese sono affidati alla sicurezza delle guardie giurate.

Il servizio di trasporto valori – tra i servizi più rischiosi – ha fatto registrare negli anni un vero e proprio bollettino di guerra sia per numero di caduti in servizio sia per numero di assalti ai blindati ad opera della criminalità organizzata o di bande armate. Per renderci conto della pericolosità e della frequenza con cui questi atti criminosi accadono, basta pensare ai trasporti per conto del servizio postale. Su un articolo di cronaca riportato sul quotidiano “La Stampa” del 26.11.2020 si legge che nella sola giornata in questione sono stati rilevati: una rapina alle Poste di Romano Lombardo in provincia di Brescia poi sventata dalle Forze dell’Ordine; una rapina in Provincia di Roma, ai danni di un furgone porta valori che stava portando liquidità all’ ufficio postale di Valle Martella, nella quale una guardia giurata è rimasta ferita da un colpo di pistola; un’altra rapina a Pizzo Calabro, sempre ai danni di un furgone porta valori che stava svolgendo il proprio servizio presso le poste. Per non tralasciare il servizio di rifornimento dei bancomat, il ritiro del contante delle attività nei centri commerciali che, negli anni, sono stati scenario di diversi atti criminosi ai danni degli uomini impiegati nel servizio di trasporto valori.

Per tornare all’episodio protagonista del servizio di Brumotti, non oso nemmeno immaginare una scena da Far West davanti ad un centro commerciale durante lo shopping natalizio – con centinaia, se non migliaia, di persone – che potrebbero essere coinvolte in un tentativo di rapina. Certamente, l’autista dell’equipaggio aveva valutato che quella posizione – seppur oggetto di divieto di sosta – fosse la più sicura per attendere il rientro dei colleghi che, vista la pericolosità del servizio assegnato, avevano la necessità di effettuare il prelievo nel minor tempo possibile e percorrendo la via più breve. Per comprendere il reale rischio che questi operatori corrono ogni qualvolta mettono i piedi fuori dal furgone, è necessario tenere presente il numero di decessi registrati nel comparto.


Il sito “Guardie Giurate in congedo” ha effettuato un censimento degli eventi e ha registrato ben 82 caduti sul lavoro negli ultimi anni. Il numero reale, purtroppo, è superiore. Alla luce di quanto sopra detto, non me ne voglia Brumotti per il suo impego e l’audacia nel condurre inchieste interessanti, ma il video andava meglio contestualizzato. Perché non si trattava del furbetto di turno che utilizza le soste riservate per non cercar parcheggio o l’incivile che invade le zone riservate per pura comodità, ma di uomini e donne che nello svolgimento del servizio rischiano la propria vita. Ogni volta che il portellone si spalanca, possono essere vittime di agguati e questo per decine, decine e ancora decine di volte al giorno.


In Italia non si ha piena conoscenza di questo strano mondo delle guardie giurate, fatto per lo più̀ da turni di lavoro interminabili e migliaia di chilometri macinati su strada. Adesso, qualcuno starà pensando “mah si, è già capitato pure che le guardie giurate avessero partecipato alle rapine, sono stati complici e pure incriminati per favoreggiamento”. Lo so bene, come in tutte le ceste, ci sono le mele marce. Qualcun altro, ancora, dirà “ma che servizi rischiosi e sicurezza, questi fanno gli sceriffi esaltati”. No, non è così o, perlomeno, non lo è per tutti. C’è chi svolge questo lavoro per necessità (a volte l’esiguo stipendio che si porta a casa è indispensabile per tirare su una famiglia) oppure, più semplicemente, in tanti ancora credono in questo mestiere.
Rispondo a chi tante volte mi ha chiesto “chi te lo fa fare?”: siamo Guardie Giurate e abbiamo fatto un giuramento. Ci siamo impegnati ad adempiere le funzioni affidate con coscienza e diligenza e con l’unico intento di perseguire il Pubblico Interesse. Crediamo davvero in questa formula e continueremo a crederci.

Anche quando tante volte, stremati da un turno lunghissimo, delusi dalla busta paga, denigrati dai tanti, vorremmo mollare e spogliarci da questa divisa. Ma non lo faremo.

Allora, Brumotti, ti dico che hai ragione: non si parcheggia negli spazi riservati ai disabili. Non è giusto ed è da incivili. Ma ti chiediamo, parlo a nome della categoria, almeno in questo caso, di guardare oltre e comprendere che se la violazione c’è stata – e lo sappiamo che c’è stata – è stata commessa per un bene superiore: la sicurezza propria e dei colleghi.

Insomma, portare a casa la pelle dai nostri cari che stanchi e ormai abituati alla nostra assenza ci aspettano ancora. Senza voler difendere a spada tratta un membro della nostra categoria, ho cercato di dare voce ai gesti del collega in servizio e, magari, in maniera presuntuosa, all’intera categoria. Non me ne vogliate. Continuate a mettere davanti ad ogni cosa la vostra sicurezza.

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COLPO IN CANNA SI’? COLPO IN CANNA NO?

Quei riti giornalieri che contribuiscono alla tenuta di un’arma in sicurezza.

di Luca RADIOSI

CANIK TF9 Elite Combat 9×21 – © Riproduzione riservata

Mi rivolgo a te, addetto alla sicurezza. A te che ogni giorno sei chiamato ad impugnare un’arma come strumento di lavoro. A te che hai preso confidenza con Lei da ormai decenni ed è diventata la tua fedele compagna di vita. A te che nelle lunghe, fredde e uggiose notti invernali durante il servizio hai una sola vera amica al tuo fianco che nulla dice, ma che ti proteggerà silenziosamente. A te che forse avrai la fortuna di non doverle mai chiedere soccorso e a te che, invece, le hai dovuto gridare aiuto.

Sperando che quel maledetto giorno, quella maledetta ora, quel maledetto minuto, quello stramaledetto secondo non debba mai presentarsi, tieni a mente che dovrai sempre accudirla con il rispetto che Le si deve senza mai abbassare la guardia. Perché Lei sarà sempre lì, ma tu dovrai essere pronto ad utilizzarla avendo imparato a memoria le regole del gioco.

Certamente la maggior parte di Voi è formata ed addestrata correttamente, ma, oggi, voglio comunque rispolverare i principi cardine per un maneggio sicuro dell’arma. La sicurezza, credetemi, non è mai abbastanza. L’argomento del mese, quindi, è l’A B C della tenuta dell’arma. Un rituale che accompagnerà la vostra lunga carriera lavorativa ed impedirà che la pistola da amica fedele divenga la vostra peggior nemica.

Quindi, partiamo con una carrellata di nozioni base che rappresentano il sacro graal per la custodia di un’arma.

Regola n. 1 – Quando finisce il turno e, stanchi, si torna a casa bisogna mentalmente passare dalla situazione professionale a quella familiare. Questo significa che dobbiamo rendere l’arma inerte. Uno strumento che non sia più in grado di offendere. Prendetelo come un rituale.
Rientrati tra le mura domestiche scatta la regola n. 2Disarmare la pistola. Estraete il caricatore, aprite il carrello, effettuate un doppio controllo e verificate che non ci siano munizioni incamerate. È ora il momento della regola n. 3la prova di scatto. Il momento di massima tensione. Siamo certi che non ci sia il colpo in canna, ma le precauzioni, quando si parla di armi, non sono mai abbastanza. Per questo motivo la prova di scatto deve essere effettuata puntando la volta verso un angolo. Infatti, una parete piana potrebbe anche essere perforabile, mentre un angolo, solitamente, nasconde strutture portanti. Le sole in grado di arrestare un colpo inatteso. Sembrerà una banalità, ma Vi ricordo di non effettuare mai la prova verso una persona o verso voi stessi. Troppi sono gli incidenti che si registrano a causa di queste leggerezze.
Giunti a questo punto è il momento della regola n. 4Riporre l’arma nel luogo dove la custodite separata dal serbatoio. Solo così la stessa è resa inoffensiva anche per il vostro bambino che, spinto dalla curiosità che da sempre lo caratterizza, potrebbe metterci le mani sopra. Certo, non si potrà evitare che si ferisca ugualmente con lo scattare del carrello, ma potrete così scongiurare il peggio. Fate in modo di impedire al piccolo di poterci arrivare.

Adesso, è il momento di parlare del nostro ritorno a casa. Quando la giornata di lavoro volge al termine e facciamo ritorno tra le mura domestiche. È quindi il momento della svestizione, quella psicologica. Un momento, altrettanto importante, che ci permetterà di andare a dormire tranquilli, facendo diminuire piano piano l’adrenalina, la stanchezza, la tensione frutto del nostro impegno.

Quindi, quando sarete ritornati a casa con indosso la vostra divisa, ripercorrete a ritroso ognuno dei punti prima descritti. Sarà un percorso necessario per passare nuovamente dalla condizione di guardia a quella di riposo che sicuramente vi sarete meritati dopo un’intensa giornata d’impegno. Non sottovalutate questi passaggi.

All’apparenza semplici, per alcuni superflui, ma hanno il chiaro obbiettivo di distinguere psicologicamente i momenti della nostra giornata tra la sfera privata e quella lavorativa.

È il momento di togliere il mantello, svestire i panni da supereroe e riabbracciare i vostri cari. Alla prossima.


di Luca RADIOSI

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LIQUIDAZIONE PERMESSI ANNO PRECEDENTE: UNA MENSILITÀ DAI PIÙ DIMENTICATA

avv. Daniela
DE BERNOCHI

Caro Lettore, come ogni anno, siamo quasi giunti al mese di gennaio. Le feste sono passate, tanti sono i buoni propositi per l’anno venturo, numerose le speranze riposte sull’anno a venire. Chi programma già le prossime vacanze estive (pandemia permettendo), chi cerca soluzioni per smaltire i troppi panettoni, chi vuole risparmiare qualche soldo per cambiare la macchina che sta definitivamente per lasciarci. Sarà un anno migliore, già lo sentiamo. L’anno addietro ci ha lasciato un poco di amarezza, ma anche qualche rimpianto. Quelli non mancano mai. Ma venendo al rapporto lavorativo, che è l’unica costante tra l’anno passato e quello nuovo, quale è il lascito dell’anno che si conclude?

I ritmi sono stati estenuanti per alcuni – ancor più chiamati a prestare la loro opera per coadiuvare il Paese colpito dall’emergenza sanitaria – per altri, invece, le preoccupazioni sulla contrazione dell’attività particolarmente sentita in certi settori, che ha costretto a ricorrere alla cassa integrazione, sono state martellanti. Ci sarà tra Voi, quindi, chi non avrà fruito nemmeno di un giorno di permesso nel corso dell’anno solare e chi, di contro, li avrà visti sparire dalla busta paga alla mercé delle esigenze datoriali.
Ma quanti sono i permessi previsti per il comparto sicurezza? Considerata la platea di Lettori che ci legge (guardie particolari giurate, servizi fiduciari, multiservizi, investigazioni private) vedremo insieme le diverse contrattazioni che, di norma, vengono applicate agli addetti alla security, non me ne voglia il Lettore per i settori che non siano di suo interesse.

Riassumendo, i permessi che maturano su base annuale sono:
20 giornate per le guardie particolari giurate il cui orario di lavoro si articola secondo un sistema orario 5+1 (artt. 75, 76 e 84 C.C.N.L. Vigilanza Privata);
13 giornate per le guardie particolari giurate il cui orario di lavoro si articola secondo il sistema 5+2;
6 giornate per gli addetti ai Servizi Fiduciari (art.16 C.C.N.L. Vigilanza Privata – sezione Servizi Fiduciari);
4 giornate per i rapporti di lavoro regolati dal C.C.N.L. Servizi Ausiliari, Fiduciari e Integrati (c.d. S.A.F.I.);
104 ore annue per i dipendenti di Istituti Investigativi.

Per i Lavoratori il cui rapporto di lavoro è disciplinato dal C.C.N.L. Vigilanza Privata e Servizi Fiduciari (sia per le guardie giurate armate, sia per i disarmati) le contrattazioni collettive sopra richiamate impongono al Datore di lavoro la liquidazione dei permessi maturati e non fruiti nel mese di gennaio di ogni anno. I permessi, infatti, decadono se non utilizzati e, pertanto, il Lavoratore ne può pretendere il pagamento. Per coloro che hanno lavorato ininterrottamente – ed instancabilmente, mi sento di aggiungere – non godendo di alcuna giornata di permesso nel corso di un lungo anno, la liquidazione si può tradurre nell’equivalente di quasi uno stipendio aggiuntivo.

Tanti sono i Datori di lavoro che sembrano dimenticarsi della liquidazione imposta dalla contrattazione collettiva. Come procedere in tal caso?
Considerata la certezza del credito è possibile procedere con un’ingiunzione di pagamento laddove il Datore di lavoro fugga dai suoi precisi obblighi.

Ricordate che l’Istituto è tenuto ad indicare in busta paga il saldo ferie e permessi e che la liquidazione dei permessi anno precedente deve avvenire entro il mese di gennaio. Pertanto, occhi aperti, il cedolino di febbraio deve indicare la voce commentata! Buon lavoro.

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VIGILANZA: Benvenuti nel Far West

di Vincenzo Lauricella

Un famoso scienziato francese del ‘700 (Antoine Laurent de Lavoisier) formulò un postulato che è possibile sintetizzare – sommariamente – nella sua più famosa frase «Rien ne se perd, rien ne se crée» che per chi non mastica il francese potrebbe essere tradotto più o meno in questo modo «Nulla si perde, nulla si crea». Quasi cent’anni dopo, un altro luminare – Albert Einstein – questa volta tedesco, perfezionò la sua teoria pronunciando la frase diventata celebre «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto cambia». Dopo diverse decine di anni, abbiamo appurato che questa affascinante teoria, che rivoluzionò i principi della chimica applicati alla materia, non si applica al mondo della vigilanza privata. Esatto, una scienza, quella fisica, che nonostante centinaia di anni di studi ed evoluzione, non possiamo applicare al nostro mondo. Sembra assurdo – concordo con voi – ma non lo è. Perché il mondo della vigilanza privata, e della security in generale, abbiamo inteso essere un universo a sé che vive di regole tutte sue. Una dimensione sospesa nella quale le normali leggi non si applicano, nemmeno quelle della fisica. Nel mondo reale ci sono norme, ci sono regole e c’è sempre qualcuno che ne controlla l’osservanza. No, caro Lettore, se hai scelto il mondo della vigilanza e della sicurezza più in generale perché sei un amante delle regole, della disciplina, perché hai uno spiccato senso dell’ordine o perché sei davvero convinto che in una società civile l’ordine assicuri la pacifica convivenza, allora, sei fuori strada.

Nella vigilanza l’unica cosa che si avvicina all’idea di ordine è la divisa che dovrebbe far apparire l’addetto come un uomo di legge e, a volte, purtroppo, nemmeno quella. Negli anni Settanta – e a seguire per almeno un ventennio – l’immagine del vigilante è rimasta fortemente legata all’idea di sicurezza, soprattutto, nei riguardi del cittadino. Le città subivano una grande trasformazione e divenivano sempre più grandi, sempre più caotiche e sempre meno sicure. La figura del vigilante assumeva, quindi, un ruolo sociale di primaria importanza. Era colui che garantiva all’anziano di non essere derubato dopo aver ritirato la sua pensione – guadagnata col sudore delle infinite ore in fabbrica – garantiva il trasporto dei valori e del contante che, in pieno boom economico, inondava le attività commerciali. Le guardie venivano impiegate nella sicurezza delle grandi aziende e dei servizi pubblici. Mentre altre venivano impiegate nella sicurezza personale di importanti figure chiave del nostro Paese. Spesso, anche illustri industriali facevano ricorso ai vigilanti per provvedere privatamente ad assicurare la propria protezione – erano gli anni dei sequestri – e delle proprie famiglie per mezzo di questa moderna figura professionale che trovava sempre più spazio in un nuovo mercato che, al contempo, garantiva ampi margini di crescita agli imprenditori che avevano deciso di investirci. Quindi, il vigilante veniva considerato al pari di un operatore di pubblica sicurezza. Tanto da essere più volte menzionato nelle pellicole cinematografiche del tempo come un vero e proprio “poliziotto privato”.

Un ruolo specialistico riconosciuto dal cittadino, rispettato per la sua funzione di garanzia della sicurezza e, non di secondaria importanza, ben retribuito. Questo non significa che la guardia degli anni ’80 non svolgesse lunghi turni di lavoro o saltasse qualche riposo o che potesse godere di tutte le festività in compagnia della famiglia. Questo no, era pur sempre un lavoro organizzato in turni – spesso notturni – che costringeva il Lavoratore lontano dalla propria famiglia per la maggior parte del mese, ma che garantiva a lui e alla sua famiglia un tenore di vita dignitoso, spesso superiore a tanti altri mestieri. Ma quelli erano gli anni Ottanta.

Infatti, intuendo il business della sicurezza, nell’ultimo trentennio migliaia sono stati gli imprenditori che hanno preso parte alla spartizione della succulenta torta. Come funghi si è assistito alla proliferazione di centinaia di società che ogni anno hanno preteso il loro posto in un mercato che garantiva enormi margini di profitto. Le multinazionali, le aziende di Stato, i servizi essenziali (porti, aeroporti, stazioni, Enti di Stato, Ospedali) – prima demandati alle forze dell’ordine – si apprestavano ad aprire le loro porte alle imprese della sicurezza privata attraverso l’affidamento in appalto dei servizi di security dal valore miliardario.

È così che il vigilante si trasformava da figura essenziale e di sussidio per il cittadino a semplice ingranaggio di un business miliardario. Il vigilante non è più, quindi, un professionista della sicurezza – comunemente riconosciuto – e indispensabile per garantire serenità in agglomerati urbani da milioni di abitanti, sempre meno sicuri a causa del dilagare dei fenomeni criminali (siamo negli anni ’80-’90 e le bande armate del nord Italia seminavano il terrore), ma si trasforma in un bene strumentale dell’impresa o – per utilizzare un termine tanto abusato dai manager aziendali – una risorsa. Non più una persona, ma relegato al rango di fattore della produzione o volgarmente chiamato, soprattutto in occasione dei cambi di appalto, una “testa”.

Questo deve far comprendere la profonda trasformazione che ha subito la figura in questione. Una mutazione che migliaia di operatori, soprattutto quelli che avevano iniziato la propria carriera tra la metà degli anni Settanta e la prima decade del nuovo millennio, hanno vissuto appieno e che raccontano con rassegnata delusione.

Hanno visto sgretolare il loro mestiere, la percezione sociale del ruolo e, soprattutto, la loro dignità di Lavoratore. Il processo di trasformazione si è manifestato, in primis, con il deterioramento delle garanzie contrattuali – con la complicità delle parti sociali che non hanno assistito con la necessaria veemenza la metamorfosi che il settore stava subendo – che hanno fatto perdere al comparto potere contrattuale, quindi resistenza all’attacco efferato delle associazioni datoriali che, per loro natura, hanno mirato ad una riduzione degli aumenti salariali, ma ancor peggio, alla disgregazione dell’impianto di tutele calcificate in anni di lotta politica e sindacale.

E così si è visto venir meno il diritto imprescindibile al riposo settimanale con l’introduzione dello “spostato riposo” poi arbitrariamente trasformato dal datore di lavoro in “saltato riposo” – puntualmente tradotto in «non riposo da 2 mesi».

Un trentennio riassunto in qualche riga che segna il cambiamento di un settore sotto lo sguardo sempre vigile, ma voltato da un’altra parte, delle Istituzioni e Organi di controllo probabilmente troppo impegnati per mettere ordine nel caos che hanno contribuito a creare e che tutt’oggi alimentano grazie alla loro quasi totale assenza. Questa si chiama complicità. Complicità nel non voler riordinare un settore ormai numeroso, ormai incardinato nel sistema sicurezza del nostro Paese e ormai allo sbando.

Benvenuti nel Far West.

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UN ESERCITO ABBANDONATO

100.000 addetti che nessuno ascolta.

Sessantaquattro mila è il numero degli addetti che fanno capo alla filiera del comparto sicurezza. Quasi centomila se si considerano anche i Lavoratori che operano alle dipendenze di aziende che, pur non essendo come istituti di vigilanza, si schierano tra le fila del settore della sicurezza con la formula del “multiservizi”. Questi i dati ufficiali che emergono dall’ultimo censimento realizzato dalla Fondazione CENSIS e Federsicurezza (dati relativi al 2018). Quindi, ricapitolando, centomila uomini e donne che silenziosamente contribuiscono alla sicurezza dei cittadini. Figure professionali impegnate in attività di tutela e protezione dei beni, ma che, sempre più spesso, sono chiamate a svolgere compiti di sicurezza sussidiaria e complementare rispetto alla forza pubblica. Non da meno sono le decine di migliaia di addetti non armati ai quali è assegnato il compito di vigilare su importanti aspetti della vita di tutti noi cittadini (controllo accessi negli uffici e imprese, rilevazione delle temperature nei luoghi aperti al pubblico, servizi di safety e security, bodyguard, steward negli stadi e investigatori privati anche ai fini commerciali).
Per comprendere l’imponenza del comparto è fondamentale effettuare un confronto tra il personale dipendente nei corpi di polizia (Carabinieri, Forestale, Guardia di Finanza, Polizia di stato, Polizia Penitenziaria, Cappellani Militari) e gli addetti ai servizi di vigilanza e sicurezza.

I corpi di polizia, nel loro insieme, vedono schierati 330.816 addetti contro i 100.000 uomini del settore privato. Il solo comparto della vigilanza privata armata (GPG) che conta 64.000 professionisti è equivalente o superiore al Corpo Nazionale della Guardia di Finanza (63.323), (63.323), Forestale (9.836) e Polizia Penitenziaria (40.717).
Questo raffronto non è una corsa al primato sui numeri, ma si rende indispensabile per evidenziare l’importanza crescente che il comparto, oggi, riveste sia in termini numerici, sia in termini di peculiarità dei servizi svolti. A questi uomini e donne è demandato, oggi, il compito di sorvegliare i più importanti snodi logistici a livello nazionale, i cosiddetti siti sensibili, come porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, stazioni metropolitane, mezzi pubblici e, ancora, grandi aziende di interesse strategico come le centrali termiche, le fabbriche siderurgiche e di interesse strategico-militare. Queste, solo per citarne alcune.
È indiscussa l’importanza che tali figure rivestono nella sicurezza del nostro Paese.
Allora perché è un esercito abbandonato? L’aggettivo non è casuale. Infatti, oltre ad essere dimenticato dalle Associazioni Sindacali di categoria – le quali non hanno migliorato le condizioni di vita del settore che, di contro, retrocede ad ogni rinnovo contrattuale – e dalle Istituzioni pubbliche – le quali tralasciano la circostanza che il comparto trovi la propria regolamentazione in una disciplina obsoleta di un secolo addietro – incombe sulla categoria l’assoluta sordità degli Organi di controllo che dovrebbero vigilare sulla corretta applicazione di quelle poche regole che ancora tengono in piedi, si fa per dire, il settore.

Non è una denuncia buttata a caso. Non vuole essere il lancio di un sasso sullo specchio di un acquitrino. Perché questo è ormai l’ecosistema in cui si muovono Lavoratori e Organizzazioni Sindacali: uno stagno. Acque ferme, o peggio ancora, morte. Adesso, immaginatevi un uomo, sulla riva di un lago. L’acqua è ferma, non un alito di vento. Tuto tace, nulla si muove. Tutto sembra sospeso e immobile. Allora, l’uomo raccoglie un sasso e lo lancia sull’acqua per smuovere le ferme acque. Sapete cosa accade? Dopo che il sasso avrà colpito l’acqua e le onde concentriche si saranno dissolte, tutto tornerà esattamente uguale a prima. Fermo. Immobile. Statico. Bene, questo è ciò che avviene, nelle migliori delle occasioni, quando un Lavoratore o un Sindacato si rivolge agli organi ispettivi per far accertare eventuali violazioni commesse nell’ambito della vigilanza privata. Non è un racconto romanzato, è ciò che puntualmente si verifica.


La domanda, allora, sorge spontanea: perché? Perché questo immobilismo? Perché questo disinteresse da parte di chi è preposto al controllo?

Il perché se lo è chiesto Giuseppe, guardia particolare giurata da oltre dieci anni dipendente di un noto Istituto di Vigilanza campano, che ha denunciato all’Ispettorato di Salerno e all’ASL competente la mancata consegna delle mascherine e dei guanti monouso in piena emergenza pandemica. Correva il mese di giugno dell’anno appena trascorso e ci si rendeva conto che tutto era ormai cambiato. L’Italia era in ginocchio provata dalla prima ondata e il virus non poteva più essere sottovalutato. Migliaia di guardie sono state, quindi, chiamate a fronteggiare un nemico invisibile. Un virus, per molti letale, contro il quale gli addetti del settore sono stati – e lo sono tutt’ora – schierati in prima linea. Catapultati in trincea, spesso al fianco degli operatori sanitari. Sentinelle comandate a dare l’allarme laddove un utente manifesti i temuti sintomi, spesso senza essere stati debitamente formati e con strumenti che, il più delle volte, sono alterati. Operatori comandati in prima linea per fermare il propagarsi del virus. Barriere umane sacrificabili.

Anche Giuseppe si trovava schierato a combattere il nemico, in un servizio di quelli che molti non avrebbero più voluto svolgere: vigilanza presso il triage del pronto soccorso. Il terreno meno sicuro. Ma lui, in quel servizio era quello che in gergo viene denominato “personale fisso”. Sempre presente, da anni.

Allora, pur con tutti i dubbi e con la legittima paura a fargli compagnia, assolveva il suo compito. Chiedeva solo di ricevere i dispositivi di protezione individuale adeguati a limitare il rischio di contagio, ma il suo datore di lavoro rispondeva alle sue richieste prima con insofferenza e poi con singole forniture sufficienti, al più, allo svolgimento di un unico turno di lavoro. Questo, è quello che fanno i cattivi superiori. Non si preoccupano della salute dei propri soldati, cercando un facile risparmio da sventolare al proprio padrone. Non capiscono che la guerra si vince grazie alle truppe e non con le pacche sulla spalla dei capi. È in quel momento che Giuseppe, esasperato dalla situazione decideva di denunciare l’accaduto all’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Salerno. Non era la prima volta che vedeva calpestati i propri diritti, ma in questa occasione di mezzo non c’erano gli straordinari non pagati, le ore di lavoro che sistematicamente spariscono dalla busta paga o il vestiario mai consegnato. Questa volta c’era in gioco la salute. L’Ispettorato del Lavoro, così, riceveva il 15 giugno una richiesta d’intervento.


A questo punto, in un Paese in cui dovrebbe vigere lo stato di diritto, un Organo ispettivo chiamato a vigilare, soprattutto nel pieno di una crisi sanitaria – e senza voler utilizzare come attenuante che in quel momento “c’erano cose più importanti a cui pensare” – si sarebbe dovuto attivare con prontezza disponendo dell’artiglieria necessaria al fine di accertare le violazioni o, quantomeno, sensibilizzare gli Istituti di Vigilanza all’osservanza dei più elementari criteri di salvaguardia della salute dei propri dipendenti. Ma la storia ha un finale diverso.


Il 5 agosto – sì, caro Lettore, hai letto bene – dopo giusto 51 giorni dalla richiesta di intervento, l’Ispettorato del Lavoro di Salerno pensò bene di scaricare la patata bollente all’ASL competente invitandola a valutare gli “adempimenti più opportuni che avesse voluto adottare”. Che potremmo tradurre – in linguaggio meno politichese – in: pensaci pure tu. Lo scarica barile non passa mai di moda. Gli adempimenti adottati dalla competente ASL non tradirono le riposte aspettative: un nulla di fatto. Giuseppe è rimasto solo al pronto soccorso nella vana attesa di un qualche ispettore. Mai alcun funzionario bussò alla porta dell’Istituto di Vigilanza in questione per gli “opportuni adempimenti”.
Giuseppe è stato costretto, quindi, ad elemosinare mascherine e guanti.


Questa è l’Italia verrebbe da sentenziare. Questo è, ormai, il motto rassegnato che echeggia nella mente dei Lavoratori. Giuseppe è solo uno delle migliaia di Lavoratori che ogni giorno affrontano la sordità delle Istituzioni. E l’Ispettorato del Lavoro di Salerno non è l’unico ad aver disatteso decine di segnalazioni e denunce.
Lo conferma Andrea, dipendente di un Istituto di Vigilanza operante nel Piemonte, al quale è stato chiesto di denudarsi della sua uniforme per indossare la tuta protettiva all’interno di un reparto Covid. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, almeno il presidio Ospedaliero voleva tutelare la sua salute, direbbero i più garantisti. Se non fosse che veniva tralasciata la circostanza che le tute ospedaliere sono prive di fondina. Sapete cosa ha risposto l’Istituto di Vigilanza alla legittima richiesta di Andrea circa le modalità per indossare l’arma? “Mettitela nelle mutande”. Nemmeno il più navigato Vallanzasca azzardava il porto della pistola nella biancheria intima. Provate voi a infilare un chilo d’acciaio nelle mutande! Ha dell’incredibile, ma è accaduto davvero.

La pandemia ha messo ulteriormente a dura prova questo esercito abbandonato unito – dal freddo Nord al caldo Mezzogiorno – da un comune denominatore: il disinteresse per la categoria. Ci sono migliaia di Giuseppe ed Andrea disseminati nella penisola che ancora sperano – e non vogliono smettere di farlo – che prima o poi ad una denuncia in Ispettorato, ad una segnalazione in Questura ad una nota alla Prefettura, seguirà un’ispezione e poi una sanzione e, infine, qualcosa inizierà a cambiare.

Per fortuna ci sono ancora tanti Giuseppe ed Andrea tra i Lavoratori, fiduciosi, combattivi e convinti che le regole vadano fatte rispettare e che, prima o poi, un Giuseppe o un Andrea prenderanno posto tra le fila delle Istituzioni. A quel punto, qualcosa potrà finalmente cambiare.

Una voce viene soffocata, mille diventano un grido. Continuate a gridare.

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